L’arte del falso – 1 di 6

Cloud Nine - AndrosL’arte del falso

Prima parte

In passato il falso non era coperto dal biasimo come oggi, non era visto come un tremendo crimine. Per Platone gli artisti erano tutti falsificatori, imitatori della natura, di una realtà della quale non sapevano nulla se non il suo aspetto esteriore; c’è però da dire che Platone non stimava gli artisti, e non perdeva occasione per sminuirli.
La storia dei falsi artistici iniziò più o meno nel IV secolo a.C. quando Grecia ed Egitto cominciarono a smerciare arte sulle coste del Mediterraneo.
In Grecia, in particolar modo, il falso si fece spazio anche prima, quando gli artisti riuscirono almeno in parte a superare lo stigma sulla manualità che pesava sull’arte, e a ottenere un briciolo di stima, cosa che permise loro di apporre le firme. Le opere non erano più sufficienti, dovevano anche essere firmate da un artista di fama, ecco quindi dilagare le contraffazioni. In un certo senso, il falso nasce con la firma. Vi si dedicarono da subito anche artisti rinomati; si sa che Fidia firmò un’opera dell’allievo Agoracrito per aiutarlo a venderla, e sembra che Apelle abbia firmato opere di Protogene.

Nel quattordicesimo secolo in Italia furono ritrovate varie statue di epoca romana, che suscitarono scalpore e ammirazione; questo fu l’inizio non solo del ritorno all’arte classica e al naturalismo, ma anche dell’esplosione del fenomeno della falsificazione.
Tra i falsari del Cinquecento i più famosi erano Giovanni Calvino e Pirro Liborio, che traevano profitto da un momento storico che vedeva gli scambi commerciali incrementare di giorno in giorno. Gli artisti producevano non solo per la Chiesa, ma anche per principi, signori, banchieri, e persino per conto proprio – cosa che fece Michelangelo, inventando la figura dell’artista indipendente. Il mercato dell’arte viveva un momento felice, e la richiesta di opere cresceva di continuo, spianando la strada alle contraffazioni.

Anche la nascita della figura del mercante, spesso persona senza scrupoli, favorì l’attività dei falsari. La natura truffaldina dei mercanti d’arte era ben nota già a quel tempo, e non mancano documenti che mostrino quanta poca fiducia gli acquirenti avessero del loro operato. Per esempio una lettera del banchiere bavarese Jacob Fugger, nella quale raccomandava di adottare tutte le precauzioni possibili nell’acquisto di sculture classiche dagli antiquari di Monaco, perché erano bravissimi nel rifilare falsi.

Nel Cinquecento la falsificazione era pratica diffusa tra gli artisti, e lo è stato anche in seguito: persino Michelangelo, Andrea del Sarto e Bruegel, tra gli altri, si dedicarono a questa attività. Da giovane Michelangelo falsificò dei disegni, che poi sostituì con gli originali conservati dal Ghirlandaio, e scolpì alla maniera classica un cupido dormiente, opera che venne valutata trenta ducati. In seguito, opportunamente patinata, fu venduta a Roma come opera antica, a un cardinale, per cento ducati. Il cardinale infine scoprì l’imbroglio, lodò Michelangelo per la bravura, ma pretese la restituzione dei ducati dall’intermediario, che venne arrestato. L’opera passò al duca Valentino e poi alla marchesa di Mantova, per poi sparire nel nulla. Secondo il falsario Eric Hebborn, si troverebbe in una grande collezione, considerata ancora oggi una scultura antica.
Luca Giordano, per vendicarsi di un collezionista che disprezzava i suoi lavori, dipinse due falsi, di Tiziano e di Tintoretto, e glieli offrì. Il collezionista si dimostrò interessato, a quel punto Giordano gli rivelò la verità, umiliando così chi non aveva creduto nel suo talento. Rubens era anche collezionista d’arte, e aveva l’abitudine di ritoccare i dipinti altrui, di solito quadri antichi scadenti che lui migliorava.
Il senso del diritto d’autore e soprattutto il modo di considerare le falsificazioni e di preservare il passato erano alquanto diversi da quelli di oggi.

C’erano poi i falsi “di bottega”: l’artista si faceva aiutare dagli apprendisti, principianti dediti a pulire e svolgere lavori di poco conto, e dagli aiutanti, che spesso facevano una parte consistente del lavoro. Gli aiutanti dovevano eseguire copie delle opere del maestro, anche per apprenderne a fondo lo stile, e quando capitava che un quadro avesse più di una richiesta, l’artista a volte decideva di vendere a uno dei collezionisti la copia realizzata dall’aiutante, ma firmata da lui. Inoltre, gli aiutanti che avevano realizzato queste copie talvolta riuscivano a sottrarle, e quindi finivano nel giro dei falsi.
In altri casi erano gli aiutanti a realizzare di sana pianta la commissione assegnata al maestro, che si limitava a firmare.

Non che i falsi non impensierissero gli artisti, anzi. Dürer è stato tra i primi a tentare di mettere un freno, inserendo nelle proprie litografie un monogramma ormai celebre, ma questo non fermò i falsari, che copiarono anche quello.
Nel Liber Veritatis, Lorrain riportava miniature dei dipinti eseguiti, segnando per chi li avesse realizzati e quando, questo perché i suoi dipinti erano copiati a più non posso, e molti si recavano da lui per autenticare opere che non aveva mai realizzato.
Sébastien Bourdon era il principale plagiario di Lorrain, e si vantava di essere più rapido lui a copiare che Lorrain a fare; divenne poi uno dei fondatori dell’accademia francese.
Anche altri artisti ricorrevano allo stratagemma di Lorrain di tenere un libro, come Elisabetta Sirani.

Falsi e oggetti d’arte rubati circolarono in gran quantità nel Cinquecento e nel Seicento; gli artisti disoccupati o mal occupati erano tanti e vivevano in condizioni dure, e molti di loro si volgevano alla falsificazione.
Più che le opere d’arte erano però le firme false sui documenti a preoccupare le autorità. Nel ‘500 una firma falsificata, in Inghilterra, poteva costare la gogna e persino l’amputazione del naso o delle orecchie, nonché l’ergastolo. Nel 1634 fu introdotta la pena di morte per quel reato; e infatti il reverendo W. Dodd fu giustiziato per una firma falsa su un titolo di credito.
Anche lo scultore e pittore Veit Stoss se la vide brutta per la falsificazione di una firma su un documento, che nella Norimberga del ‘500 era un crimine punibile con la morte; solo grazie all’intercessione di numerosi estimatori l’artista se la cavò con una bollatura a fuoco sulle guance.
Per quanto riguarda l’arte, invece, fino al Settecento non è sempre stato considerato disdicevole essere falsari, tanto che alcuni artisti per farsi pubblicità svelavano le proprie falsificazioni.

Continua nella seconda parte

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