Il mito di Van Gogh

Andros - Croce in Cristo

Andros – Croce in Cristo

Il mito di Van Gogh

 

Quanto fosse diffuso, già a fine Ottocento, lo stereotipo dell’artista incompreso e rivalutato solo dopo la morte lo testimonia un racconto scritto da Mark Twain nel 1898: Is he dead?
Twain inserisce Millet – inventando dettagli su di lui – in una storia in cui un artista in difficoltà finge la propria morte per guadagnare la fama e i soldi che da vivo non riusciva a ottenere.
A rinforzare oltremodo questo luogo comune ci pensarono Cézanne e Van Gogh, due artisti reietti divenuti star osannate solo dopo morti. […]

L’esempio più lampante è quello di Van Gogh, divenuto chiave nel definire la figura dell’artista nella mente dei più. Lui più di chiunque altro ha alimentato il mito dell’artista romantico, reietto, che vive l’arte come una passione insana che lo condanna alla sofferenza e all’inedia, all’incomprensione e alla fama postuma. I tempi del Romanticismo sono passati, eppure è ancora questo che i più si aspettano dall’artista, quello che sperano di trovare in lui. L’artista è una speranza di piccola follia saggia in una realtà ormai incasellata in rigide griglie comportamentali e commerciali, che sembra aver reso sterile qualsiasi esperienza, ridotto a prezzo qualsiasi valore. […]

Van Gogh non fu respinto solo in quanto artista, lo fu già prima di diventarlo. Si dedicò tardi alla pittura – fino a 27 anni non aveva mai disegnato -, dopo aver provato in altri modi a far parte di quella società che non voleva saperne di lui.
Rifiutato da Ursula Loyer, una ragazza di cui si è invaghito e che lo evita perché brutto e povero, scoppia in lui una passione religiosa come sostituto dell’amore che non riesce ad avere e a dare. Tenta di diventare pastore e missionario, ma viene espulso dalla Chiesa. Rifiutato anche dalla religione, tenta una ribellione nell’arte, passando dalla padella alla brace. Forse l’unica cosa che lo lega al mondo è il fratello minore Theo, che pur se in condizioni economiche precarie fa di tutto per supportarlo, dandogli soldi, mettendolo in contatto con gli impressionisti, tentando di vendere i suoi quadri e tenendo con lui una fitta e struggente corrispondenza. È tutto inutile, il rifiuto del mondo si fa sempre più violento, Vincent perde la sanità mentale, finisce in manicomio, beve il petrolio, mangia i colori, fino al tragico finale.
In una lettera dell’estate del 1883, Vincent scrive a Theo che ormai gli restano solo da sei a dieci anni da vivere, ma che gli basteranno per mostrare la propria grandezza: si uccide sette anni dopo. […]

Lascia l’Olanda e non vi fa mai più ritorno, la odia e non perde occasione per parlarne malissimo, la considera terra di avidi bottegai e commercianti. Anche in Francia però la vita non è semplice, ad Arles la gente lo tormenta, lo prende in giro per i quadri e per il modo di vestire. Quando Gauguin lo raggiunge le cose peggiorano, la gente e le ragazze, affascinate da Gauguin, lo trattano ancora peggio; inoltre, i due litigano spesso.
Quando Gauguin decide di andarsene da Arles, Van Gogh lo insegue in strada con un rasoio in mano, i due si fronteggiano senza parlare, poi Vincent torna a casa e Gauguin va a dormire in un hotel. Quella sera Vincent si taglia un pezzo dell’orecchio sinistro, che incarta e offre a Rachel, la sua prostituta preferita, ma che aveva un debole per Gauguin. In ospedale lo curano e poi lo incatenano a un letto, in una cella per i degenti pericolosi.
Dopo questo episodio la sua vita ad Arles diventa un inferno, la gente lo insulta e lo deride, i ragazzini gli lanciano oggetti e gli chiedono di tagliarsi anche l’altro orecchio, e poi lo tengono d’occhio, ogni sua mossa è vista come pericolosa; trenta cittadini portano addirittura una petizione al sindaco per farlo chiudere in manicomio. […]

Vincent infine cade nello sconforto, dopo aver chiesto per anni al fratello di darsi da fare per vendergli i dipinti, ora lo implora di non farli vedere a nessuno, neanche agli amici. Rifiuta di esporre un quadro da Goupil, dicendo che non ce la farebbe a sopportare altre dure critiche.
Proprio poco prima del suicidio, Theo riesce a vendere La vigne rouge alla pittrice Anna Boch: è l’unico dipinto venduto nella sua vita. Ironia della sorte – o della morte -, poco dopo il suicidio sarà organizzata una grande mostra, e il suo mito, che ha fatto arricchire tanti sulle spalle di quella vita miserrima, prenderà il via, per esplodere negli anni Dieci. […]
Nell’ultima lettera a Theo, mai terminata, Vincent scrive: «Nel mio lavoro ci rischio la vita, e la mia ragione si è consumata per metà.»

Si dice che Van Gogh si sia ucciso in uno dei campi di grano che così spesso aveva dipinto, perché si è voluto tramandare quest’immagine edulcorata, ma pare non sia andata così: entrò in una piccola fattoria e si stese in una buca del letame, dove si sparò; la scelta del posto fu di certo simbolica.
Dopo lo sparo, aspettò la morte steso sullo sterco, ma siccome non arrivava decise di tornare alla locanda. Alle domande dell’oste rispose: «Mi sono sparato, speriamo di non essermi mancato.»
Resistette fino alla notte successiva, fumando la pipa, parlando con Theo e con Gachet, soffrendo per la ferita e per l’infezione e rispondendo a chi gli chiedeva il perché di quel gesto: «Me l’ero rotte, e allora mi sono ucciso.» Trattandosi di suicidio, il parroco rifiutò di benedirne le spoglie: l’ultimo rifiuto che dovette subire. […]

Ancora nel 1903 Van Gogh era poco considerato in Olanda, tanto è vero che la sua casa natale fu demolita; il vero successo iniziò qualche anno dopo, soprattutto in Germania, per poi giungere a degli eccessi che hanno più a che fare con l’alta finanza che con l’arte. Nel 1990 – a cento anni esatti dalla sua morte -, il Ritratto del Dr. Gachet fu battuto all’asta per ben 82,5 milioni di dollari. […]
Van Gogh è l’emblema dell’artista disadattato, rifiutato dalla società, tipologia che dall’Ottocento in poi si diffonde sempre più. Il nuovo modello di società non sa cosa farsene dell’artista indipendente, lo lascia fare e lo lascia morire nel suo fare, disinteressandosene del tutto, lo rende un alienato, uno sfrido industriale, lo spinge alla follia e al suicidio. Forse è questo uno dei motivi per cui la figura di Van Gogh ha ancora oggi una presa così forte sulla sensibilità e sulla coscienza di tanti. Alcuni artisti, a torto o a ragione, si rivedono nei suoi disperati tentativi, magari maldestri, di farsi accettare e di far accettare la propria arte, e temono di fare la sua fine. Chi non è artista si lascia affascinare da questa romantica figura che combatte contro i mulini a vento, destinata a perdere perché così vuole il copione che noi tutti scriviamo ogni giorno, e la stringe a sé non per consolarla, ma per sentirsi dalla sua parte, fingendo di non sapere di vestire i panni del carnefice. Questo morboso interesse impastato di Romanticismo e senso di colpa, questo sentimento senza affetto proiettato su un pittore morto suicida dopo aver vissuto l’inferno in terra, hanno portato a una specie di beatificazione, Van Gogh è diventato il santo martire dell’arte.

Questo ha provocato una reazione inversa, con libri e articoli che si attaccano a tutto per sporcare un mito di cui egli non è mai stato beneficiario, ma vittima. Si prova gusto nel descriverlo come antipatico, scontroso, egoista e concentrato su se stesso, si infierisce sulle sue condizioni mentali e si ridicolizzano i suoi rari rapporti con le donne. Spesso si insinua anche che a lui interessasse solo vendere i dipinti, cosa che più di tutte tende a macchiarne la purezza; ma che fosse interessato a vendere è ovvio, e non c’è nulla di male. Questo però non vuol dire che fosse il suo unico pensiero, ma solo che conosceva bene le difficoltà che nascono dalla scarsità di fondi, perché le viveva di continuo.
In fondo, anche queste accuse non sono che un’altra manifestazione del senso di colpa nei suoi confronti, e nonostante gli attacchi che ancora oggi subisce, Van Gogh continua a essere fondamentale per l’immagine stereotipata che molti hanno della figura dell’artista. […]

Il bello è che non ci sarebbe alcun motivo di sentirsi in colpa per una cosa accaduta oltre un secolo fa, della quale non si può quindi essere colpevoli. A meno che non si sia intimamente convinti che, al posto dei contemporanei di Van Gogh, ci si sarebbe comportati nella stessa maniera: ignorandolo o deridendolo. È proprio questa consapevolezza a perpetuare il senso di colpa.

Andros

Tratto dal libro “Storia dell’artista”, edizione ebook e cartacea 2014.

completa da pdf

Storia dell'artista - versione cartacea disponibile presso: IBS - Mondadori
- Hoepli - Unilibro - Webster - Amazon - Deastore - Feltrinelli - Wuz - Goodbook
Ebook disponibile presso: IBS - Mondadori - Hoepli - Unilibro
- Webster - Amazon - Deastore - Feltrinelli - Bookrepublic - Rizzoli - Ebookizzati
- Google play store - Kobobooks - Ultimabooks - Mediaworld - Cubolibri - 9am
- Libramente - Libreriaebook - Biblonstore - Il fatto quotidiano - L'Unità

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmailby feather
Tagged , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

14 Responses to Il mito di Van Gogh

Leave some words

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.