Il mercato della fama – Prima parte

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Da alcuni millenni a questa parte è d’uso accusare l’arte contemporanea – ebbene sì, tutta l’arte è stata contemporanea – di essere espressione del mercato, quindi arte commerciale. Già Plinio duemila anni fa se ne lamentava, ed è ancora oggi l’argomento preferito dagli apocalittici di ogni latitudine, è quindi un’accusa abusata, forse in buona parte anche meritata, ma superficiale.
È chiaro che per millenni gli artisti hanno fatto quello che hanno fatto anche per puro mestiere, per viverci, ma non c’è alcunché di male in questo. L’arte per loro era anche commercio: il mercato dell’arte non è affatto un’invenzione dell’ultima ora.
Già tra gli Egizi c’era un florido mercato di arte rustica, e tra i Greci le quotazioni di alcuni artisti giunsero a notevoli altezze, nel Rinascimento toccarono poi vette inesplorate, e nonostante gli artisti fossero ormai considerati degli intellettuali, spesso nelle loro produzioni abbondavano decorazioni di cassoni e mobili, e persino addobbi per feste e ricorrenze; Michelangelo dovette persino abbassarsi a realizzare una frivola statua di neve, su richiesta di Piero dei Medici.

Si è radicata in noi l’idea che in passato l’arte godesse di altissima considerazione, ma in verità è stata spesso trattata come una merce qualsiasi; i mercanti, con l’ausilio di oscuri artisti, non si sono mai fatti scrupoli nel modificare un’opera per renderla più appetibile e commerciabile. Tante sacre famiglie sono diventate madonne con bambini – perché più richieste -, a scapito del povero Giuseppe, cancellato senza rimorsi. Vuoti paesaggi venivano popolati in un secondo momento da cani, gatti o cavalli; donne brutte diventavano belle; macabri teschi sparivano per far posto a oggetti più allegri e vendibili; ritratti di ignoti subivano i ritocchi necessari per diventare personaggi storici di rilievo; non di rado anche le firme cambiavano – e chissà quanti dei capolavori che la gente annoiata finge di osservare con reverenza nei musei sono falsi, o lo sono le firme, oppure si tratta di attribuzioni errate.

È duro ammetterlo, ma il mercato svolge un ruolo fondamentale anche nel definire ciò che è memorabile e ciò che invece è dimenticabile; non solo nell’arte del presente, ma anche in quella del passato.
Visitare un museo vuol dire scorrere la storia per comprendere non solo nel corso del tempo cosa è stato considerato arte, ma anche e soprattutto cosa oggi noi consideriamo arte, metro di paragone che applichiamo al passato come al presente. L’arbitrarietà di queste scelte può essere difficile da notare in principio, ma basta guardare più da vicino la storia e cercare di svincolarsi dalle nozioni apprese a scuola e nella società per vederla con chiarezza. Qualcuno ha scelto di ricordare questo o quell’artista, questa o quell’opera, chi è dentro e chi fuori, e in passato non sono mancati clamorosi ribaltoni.
Nel volgere di pochi decenni quella che era vista come grande arte è diventata immondizia, e viceversa; la fama degli artisti è sempre appesa a un filo, e spesso a tenere il filo è il mercato.

Lorenzo Lotto già in vita ebbe problemi, perché schiacciato dalla fama di Tiziano e anche perché sospetto di luteranesimo. Riceveva poche commissioni e per liberarsi delle opere invendute arrivò persino a organizzare una lotteria, mettendo in palio dipinti e disegni: nomen omen. Fu rivalutato solo sul finire dell’Ottocento, quando Bernard Berenson e altri critici iniziarono a interessarsi a lui. Marcello Venusti fu apprezzato nel Cinquecento, ma considerato nell’Ottocento un imitatore di Michelangelo e messo da parte, finché Federico Zeri diede il via a una sua rivalutazione. Vermeer stava per sparire nel nulla, a lungo gli storici lo snobbarono, preferendogli artisti come Gerrit Dou, che oggi è invece meno apprezzato. La fama di El Greco si perse subito dopo la morte, e fino al Novecento fu considerato un pittore mediocre. Anche la fama di Giuseppe Arcimboldo andò perduta con la sua morte, e anche lui dovette attendere il Novecento per un ripescaggio. Per il Pinturicchio fu un continuo altalenare, a volte apprezzato a volte attaccato, già Vasari ne sminuì l’arte e fino all’Ottocento rimase nell’ombra, quando iniziò a entrare nei musei e nelle grandi collezioni private. Anche la fortuna critica del Canaletto fu altalenante.

La reputazione di Caravaggio, apprezzato e contestato in vita, fu sottoposta a una demolizione promossa dall’astioso rivale Giovanni Baglione e dal critico Giovanni Bellori, influenzato dal giudizio di Poussin, che odiava la pittura di Caravaggio. La sua fama svanì presto, e le opere rischiarono spesso di andare disperse o distrutte, e dovette attendere gli inizi del XX secolo per essere ripescato dalla storia.
Johan Zoffany, artista rispettato nel Settecento e poi dimenticato, solo negli ultimi anni ha goduto di una rivalutazione. Fragonard fu a lungo ignorato dalla critica, e spesso i libri di storia dell’arte non lo hanno neanche nominato. Il primo a riscoprirlo fu Billet Doux con un articolo del 1905 sul Cronier sale in Paris, ma fu rivalutato soprattutto da mercanti come Wildenstein e Duveen. Anche Boucher e Watteau, a lungo maltrattati dagli storici, devono il ripescaggio a quei mercanti.

William Blake è rimasto un oscuro artista per più di un secolo dopo la morte, solo nel ventesimo secolo è stato rivalutato da critici come John Middleton Murry e Northrop Frye.
Altri sono stati famosissimi in vita e dimenticati quasi del tutto in seguito, come Ary Scheffer, tra i più ricchi e famosi nell’Ottocento e oggi poco noto, oppure John Rogers Herbert, pittore ai suoi tempi noto quanto Reynolds e Turner, e oggi finito nel dimenticatoio.
Gli impressionisti sono addirittura stati supportati e imposti con testardaggine da un innovativo mercante d’assalto, Durand-Ruel, e sono stati insultati, poi esaltati e in tempi recenti di nuovo attaccati; al contrario i pompier – che nel mercato sguazzavano senza tante remore – sono stati prima strapagati, poi ignorati e oggi sono di nuovo apprezzati.
Di Picasso si continua a dire tutto il male e tutto il bene possibile, mentre di Duchamp è stato a lungo sottovalutato l’impatto sull’arte contemporanea – e spesso lo è tuttora.

Continua nella seconda parte

Andros

Tratto dal libro “Storia dell’artista”, edizione ebook e cartacea 2014.

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