Undicesima puntata – Ontologia della compravendita

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Andros
Coro di voci bianche (Bambini al lavoro) – Fotomanipolazione
White voices choir (Children at work) – Photomanipulation

Undicesima puntata – Ontologia della compravendita

Questo è il resoconto a puntate di quattro anni della mia vita, e della vita di uno spazio espositivo da me aperto a Milano. Benché semiserio, ci sono ben poche cose finte o esagerate, anzi, più spesso ne ho alleggerito la portata. Le prime puntate sono già state inserite in altri siti in passato, le ultime invece no.

Aldilà delle invettive e delle incomprensioni tra me e gli autoctoni, c’è una cosa che mi ha sempre lasciato perplesso, sin dall’inizio.
La domanda che la gente si pone più spesso guardando le mie vetrine è: “Cosa vendono qui?” Sempre: che siano esposte opere mie o di altri artisti, con stili, colori, e tematiche completamente diverse tra loro, è sempre la domanda più frequente; dal mio soppalco la sento di continuo.
Questo mi pone due interrogativi:
1) Come mai è la domanda più frequente?
2) Come mai non pensano che gli oggetti in vendita siano le opere che vedono?
Sembrano domande stupide, e in effetti lo sono.
Le domande stupide sono quelle che preferisco, perché danno una buona possibilità di ottenere risposte più intelligenti delle domande.
Forse la risposta alla prima domanda è che siamo talmente abituati al fatto che tutto sia in vendita che lo diamo per scontato: tra un po’ quando ci presenteranno qualcuno, oltre a stringergli la mano, non diremo più l’ormai superato “piacere”, ma chiederemo “quanto costi?”
Se apre uno spazio nuovo di sicuro sarà un negozio, se c’è qualcosa dentro di sicuro sarà in vendita, se c’è un commesso magari è in vendita anche lui, e se lo corrompiamo forse ci fa pagare di meno. Del resto, ce lo ripetono ogni giorno, nel lavoro, nell’arte, nei rapporti con gli altri, nella vita insomma: bisogna sapersi vendere.
La lezione l’abbiamo capita così bene che ormai sappiamo fare solo quello: vendere.
Ed è anche conveniente: un agente immobiliare che vende una casa guadagna più di un muratore che l’ha costruita, così come chi cura la distribuzione di un libro guadagna più di chi lo ha scritto. Fare è molto più faticoso e molto meno remunerativo che vendere.
Forse un giorno non lontano tutti sapranno vendere qualsiasi cosa, ma non ci sarà più nulla da vendere, perché nessuno saprà più fare nulla.
Comunque, questa risposta ha il difetto di rendere ancora più urgente una risposta alla seconda domanda: se tutto è vendibile e tutto è visto come merce, come mai la gente si affaccia alle mie vetrine e non sospetta che quello che vede, quadri, sculture o altro che sia, possa essere in vendita?
Forse l’arte è talmente lontana dai loro lidi che non riescono neanche a concepirla come un oggetto da acquistare. Perché comprarlo poi? Cosa ci fai con un quadro?
In effetti, mi guardo intorno, e osservando i volti grigi come palazzi di questa gente dedita a sfangarla con difficoltà, perennemente barcollante per i colpi della vita e per l’alcol assorbito, anche a me viene da chiedere: cosa se ne farebbero mai di un quadro o di una scultura?
Questo mi fa pensare una volta ancora che l’arte esista solo per un’élite; è strutturata per titillare il salvadanaio e dargli lo sfarzo che non merita.
Poi però mi accorgo che intorno a me non tutti se la passano male, e oltre ai volti grigi ce ne sono tanti sempre abbronzati. Viaggiano in suv, vestono griffe e hanno l’aria indaffarata persino quando vanno di corpo. Eppure, anche loro: cosa mai se ne potrebbero fare dell’arte?
Questo mi fa pensare una volta ancora che non ci sono più le élite di un tempo; e che anche l’élite se ne sbatte dell’arte. A meno che non sia quotata in borsa, in quel caso…
L’arte è rimasta priva di ogni senso, il che è curioso, visto che era nata proprio nel tentativo di dare un senso a ciò che senso non ha: non è morta, è solo priva di sensi.
Da un lato una condizione invidiabile, dall’altro una situazione difficile per chi aveva creduto di trovarci un senso.
Se qualcuno mi avesse spiegato queste cose una trentina di anni fa, forse avrei tentato di non entrare in questo tunnel, e avrei speso altrimenti il mio tempo. Bah, tanto non ci sarei riuscito; gira gira mi sarei trovato comunque nel tunnel. Resta il fatto che, sin da piccolo, mi hanno detto ben altro.
A noi esseri umani piace raccontare il mondo come vorremmo che fosse, e non come realmente è; cresciamo nutrendoci di favolette, spacciate come droga tagliata male da chi ci sta intorno, da chi dovrebbe avere esperienza sufficiente per capire come funzionano le cose, da chi insegna, dai libri di storia: non c’è scampo.
Dicono che all’arrivo delle caravelle di Colombo, gli indios non siano stati in grado di vederle; erano talmente lontane da ciò che loro conoscevano, da ciò che loro vivevano ogni giorno, da non riuscire fisicamente a vederle.
Non so se questo aneddoto sia vero, ma mi sembra sia quello che capita qui, in questa realtà di rinunce, che poi è anche la mia realtà, quella che vivo tutti i giorni; loro guardano, ce la mettono tutta, ma non vedono. Non riescono neanche a immaginare che quelle robe strane e inutili si possano comprare, si possano avere in casa.
Hanno ragione, una cosa del genere va oltre ogni immaginazione; soprattutto, va contro ogni logica.
Meglio per loro conservare quei soldi per la bolletta del gas; meglio spenderli per l’ultimo cellulare, che se lo sfreghi esaudisce tre desideri senza scatto alla risposta; meglio persino spenderli per un altro litro, anche se non è di quello buono.
Anche col vino adulterato si può staccare per un attimo dalla realtà.

To be continued…

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