Una sciagura chiamata estetica

Andros - La bellezza svendera il mondo

Una sciagura chiamata estetica

 

Nel Settecento il rapporto tra scrittura e arte giunge a una svolta drammatica, con la prima che assume il totale controllo della seconda. Ci si chiede quali possano essere i collegamenti tra le due, se ci possano essere delle ibridazioni; molti sono scettici, per esempio Goethe, che afferma: «Compiere la transizione dal mondo delle lettere, e persino dalle più alte manifestazioni di parole e linguaggio, cioè poesia e retorica, alle arti visive, è difficile e quasi impossibile: perché tra loro c’è un enorme abisso che solo una speciale attitudine naturale può superare.»
Altri invece le considerano gemelle siamesi, l’abate Charles Batteux scrive: «Le due arti hanno tra loro una così grande uniformità, che per averle trattate ambedue in una volta basta mutare i nomi e mettere pittura, disegno, colore al posto di poesia, favola, versificazione.»

Sapendo come è nata la scrittura, vediamo nelle parole di Batteux una verità profonda. Rendersi conto della contiguità tra arte e scrittura e affermarlo con tanto orgoglio sarebbe stato un passo importante, in grado di dare buoni frutti, se solo fosse stato sincero, ma non fu affatto così.
In realtà queste affermazioni erano solo retorica, atta a permettere agli scrittori di occuparsi di cose d’arte senza averne alcuna competenza: se le due attività sono così simili, vuol dire che basterà conoscerne una per poter pontificare sull’altra. È anche grazie a questo assunto che i teorici dell’estetica invaderanno il campo dell’arte per appropriarsene. Che si tratti di un’usurpazione è evidente, anche perché è un concetto a senso unico: gli scrittori possono salire in cattedra e insegnare agli artisti come fare arte, ma agli artisti non è permesso spiegare agli scrittori come e cosa debbano scrivere.

 

[…] Già Diderot si muove in questa direzione, ma in seguito la staffetta passa dalla Francia alla Germania. Nel 1735 Alexander Baumgarten si chiede “cos’è la bellezza?”, e inventa l’estetica, incastrando l’arte nelle maglie della filosofia. Nel 1750 pubblica il suo Aestetica; è il fischio di inizio, dopo il quale le teorie sull’estetica si moltiplicano come conigli: quella di Sulzer nel 1751, quella di Lessing nel 1756, quella di Mendelssohn nel 1757, quella di Burke nel 1757, quella di Kant nel 1781, quella di Fichte nel 1792, quella di Schelling nel 1792, quella di Hegel nel 1807. Persino gli artisti si cimentano, William Hogart scrive nel 1754 The analysis of beauty, perché da buon rappresentante ottimista del secolo della ragione pensa che la bellezza e il gusto abbiano regole oggettive e immutabili, analizzabili e dimostrabili.
Il “teorismo” diventa una sorta di moda, ma il passo dal teorismo al meteorismo è breve, e le teorie mostrano ben presto il loro olezzo poco invitante. L’estetica si pone come filosofia dell’arte; ne decreta l’autonomia, ma ne delimita il campo d’azione rispetto ad altre attività. Modernità diventa sinonimo di separazione, di estrema specializzazione: alla scienza viene assegnata la verità, alla legge la morale e l’arte viene allegata alla bellezza.

 

[…] Già nell’Ottocento c’è chi contesta l’estetica, come Bernard Rosanquet, che si scaglia contro i tentativi dell’estetica di guidare o assistere l’artista, e di interferire nel suo operato, per lui sarebbe come: «Commettere l’impertinenza di invadere il dominio dell’artista con un apparatus belli di principi e precetti critici.»
Max Dessoir parlerà di callicrazia, il governo della bellezza: «Secondo la callicrazia, l’arte avrebbe un compito di una semplicità deliziosa, quello cioè di rendere più efficace e accessibile mediante ripetizione il bello in genere o il piacevole in sé. Gli animi naïf sono soliti considerare l’arte in questo modo. [.] Come si restringerebbero la portata e il significato dell’arte, se volessimo ridurla a una forma di piacevolezza più elevata!»
Ancora nel Novecento, un artista, Barnett Newman, sentì il bisogno di scagliarsi contro l’estetica, dicendo alla filosofa Susanne Langer: «L’estetica è per l’arte ciò che l’ornitologia è per gli uccelli.»
In tempi recenti, Danto è stato ancora più esplicito sugli effetti devastanti dell’ingresso dell’estetica: «L’estetica è un’invenzione del diciottesimo secolo, tuttavia essa è esattamente altrettanto politica, e basata sulle stesse ragioni, della decisione platonica di relegare gli artisti a distanza, di cui la locuzione distanza estetica è metafora raffinata. Fu una strategia audace, coronata infine da successo, poiché ottenne di far pensare a molti seri artisti che il loro compito era quello di produrre bellezza. Dunque il piedistallo metafisico su cui l’arte viene posta […] è un traslocamento politico altrettanto barbaro di quello che trasformò le donne in signore, collocandole in salotti a far cose solo in apparenza
finalizzate, in realtà prive di alcuno scopo specifico, ossia il ricamo, la maglia, l’acquerello; creature essenzialmente frivole, messe lì per il piacere di un oppressore, un piacere con la maschera del disinteresse.»

 

L’estetica è in fondo un lupo travestito da pecora: è vero che rende l’arte moderna autonoma, ma nel farlo la butta fuori dalla società, la rende autonoma al punto di ridurla a giochino estetico privo di alcuna utilità pratica o teorica.
Per Jay M.Bernstein: «Nell’assicurare un dominio autonomo di giudizio estetico, un dominio con le proprie norme, linguaggio e pratiche, Kant stava simultaneamente assicurando l’indipendenza dei domini della cognizione e del valore morale dalle interferenze dell’estetica.»
In sostanza, chiude gli artisti in un parco giochi riservato, in modo che non si intromettano nelle questioni importanti, dove non si gioca ma si fa sul serio: Kant separa la bellezza dalle idee di morale e verità, ponendo le basi per il concetto dell’arte per l’arte, l’arte non può più quindi occuparsi della verità, e finisce nel ghetto della bellezza, dove non disturba e non si può intromettere nelle faccende che contano.
L’estetica diede lo strappo definitivo, consegnando l’arte alla scrittura: la teoria dell’arte fu definitivamente sottratta dalle mani degli artisti. Di arte discettavano in astratto per esempio gli abati Jean-Baptiste Du Bos e Charles Batteux, che non erano artisti, né conoscitori, né esperti di tecniche, e neanche amatori d’arte. Questa inflazione di opinioni, prive di basi ma che venivano da persone considerate autorevoli, fece perdere ogni interesse nelle opinioni degli artisti, quindi di chi l’arte la conosceva davvero.

 

Kant fu esemplare in questo. La sua Critica del giudizio – che anticipava istanze care al Romanticismo -, è un testo divenuto subito pietra miliare nella teoria dell’arte, che pose le basi per convinzioni estetiche che hanno dominato per almeno due secoli. È ironico, ma non sorprendente, scoprire che la cultura artistica di Kant era misera; sapeva poco e male, del resto non aveva alcun interesse per l’arte.
Kant è il prototipo di una nuova genia di teorici, che dissertano con vigore su ciò che non conoscono e che non hanno neanche interesse a conoscere; sono i primi fuochi di una situazione destinata a ripetersi spessissimo nel mondo della cultura e in quello della filosofia in particolare: il pensatore che mette in piedi complesse teorie artistiche convinto di poter colmare la propria ignoranza con l’intelligenza. Come afferma Gimpel: «D’ora in poi saranno i letterati a influenzare il modo di pensare e di sentire del mondo delle arti figurative.» Il potere della scrittura sull’arte diventa totale.
Con la nascita dell’estetica si conclude un “colpo di Stato” le cui prime avvisaglie si erano avute sin dall’invenzione della scrittura: gli artisti non potranno mai più essere padroni in casa loro. Essi hanno permesso che ciò accadesse opponendo scarsa resistenza, in parte per poca lungimiranza e in parte perché speranzosi in una rivalutazione della loro figura: come nel Rinascimento si erano avvicinati ai letterati per ottenere lo status di intellettuale cui tanto ambivano, così nel Settecento hanno consentito loro di prendere possesso dell’arte, nella speranza di ottenere in cambio autonomia e rispetto.
[…] È grazie al programma ideologico dell’estetica se ancora oggi sentiamo ripetere che l’arte debba limitarsi a piacere, è grazie a filosofi come Kant se ancora ai giorni nostri persino alcuni artisti ne sono convinti, come il regista David Mamet, che ha affermato: «Lo scopo dell’arte non è cambiare, ma allietare:non ritengo che il suo scopo sia illuminarci. Non ritengo che sia cambiarci. Non ritengo che sia istruirci. Lo scopo dell’arte è allietarci: alcuni uomini e donne (non più in gamba di voi o di me) la cui arte può allietarci sono stati esonerati dal compito di andare ad attingere acqua e di raccogliere la legna. Tutto qui.»
È una visione idealistica che rinforza un’idea supernaturalistica dell’arte, che la rende contemplativa, disinteressata e puramente spirituale, separata dai bisogni, dai desideri e dalle attività pratiche.

 

[…] L’estetica, scollegando l’arte da qualsiasi contesto funzionale, giocò anche un ruolo significativo nel definire la pratica dell’arte come antitetica al commercio – ideale destinato a rimanere solo teoria.
Da quel momento, si moltiplicarono le affermazioni in tal senso. Il Neoclassicismo, per esempio, si opponeva alla mercificazione, il suo teorico Winckelmann affermava disgustato che: «Un artista dei nostri tempi… sente l’impellenza di lavorare più per il pane che per l’onore.» E sembra di sentire il solito lamento, quello che si ripete pressoché inalterato da Plinio sino ai moralisti contemporanei.
Sulla stessa linea era Schiller, convinto che l’artista dovesse proteggersi dalle corruzioni che si nascondono nella modernità: «Lasciamo che [l’artista] diriga il proprio sguardo verso l’alto, alla dignità della propria chiamata e alla legge universale, non verso il basso verso la Ricchezza e i bisogni della vita quotidiana.»
E così anche Diderot: «Nel momento in cui l’artista pensa ai soldi, perde la sua sensibilità per la bellezza.»
[…] Sono tutte affermazioni con le quali è facile essere d’accordo, nessuno prova simpatia per un artista che pensi solo al conto in banca, quello che trovo singolare è che questa richiesta di purezza e distacco dai beni materiali venga fatta sempre e solo agli artisti; oggi come duemila anni fa.
Con l’arte tutti possono arricchirsi come credono, galleristi, mercanti, critici e collezionisti, ma se lo fa un artista è un peccato imperdonabile; lo dimostrano gli attacchi che ancora oggi devono subire artisti come Michelangelo o Tiziano, accusati di essere stati degli arrivisti e di essersi arricchiti.

 

[…] Nell’Ottocento il mito dell’artista puro e reietto, che lotta in solitudine contro l’ostilità del mondo intero, si radicò tanto da diventare un serio problema; quando un artista otteneva consensi o una qualsiasi riuscita materiale, era visto come un venduto sceso a compromessi con il mondo ottuso e materialista, e la sua dignità e la sua immagine ne erano compromesse.
In questo nulla è cambiato, e ancora oggi il reato più grave che un artista possa commettere è ottenere successo o peggio ancora ricchezza: nessuno è disposto a perdonare il successo di un artista, a nessuno piace un artista ricco.

 

Andros

Tratto dal libro “Storia dell’artista”, edizione ebook e cartacea 2014.

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