Un coro di solisti

Andros - Autodeterminazione

Autodeterminazione – Andros

Un coro di solisti

Dagli anni Novanta, gli artisti sembrano aver esaurito tutte le domande sulla natura dell’arte, cosa che consente ancora di più il dilagare del pluralismo. Pluralismo che si compie a livello teorico, cioè nelle dichiarazioni degli esperti, e sul lato concreto, cioè nella pratica quotidiana dell’arte di milioni di artisti in tutto il mondo che realizzano opere di qualsiasi natura, in apparente libertà. Non si realizza affatto però nel campo della consacrazione ufficiale e storica: ciò che finisce nei musei, nelle gallerie di alto livello, nelle aste che contano, sulle riviste d’arte, nei libri dedicati all’arte contemporanea e in tutti i restanti ambiti della ufficialità, è solo un ristrettissimo numero di tendenze, selezionate – o addirittura create – da una ridotta élite, più finanziaria che culturale.

Uno dei risultati è che la quasi totalità degli artisti operanti, già in partenza non ha alcuna possibilità di accedere ai piani alti del mondo dell’arte, perché dedita a pratiche artistiche che non rientrano nelle poche tendenze accettate. Un altro discutibile risultato è che, dettando legge in tutti i luoghi ufficiali dell’arte, questa élite può convincere il grande pubblico che l’arte contemporanea si riduca a quelle poche tendenze. I restanti artisti, cioè quasi tutti, hanno scarsissime possibilità di uscire dall’anonimato.
È la grande ipocrisia del Postmodernismo, che del resto dalla seconda metà dei Novanta molti dichiarano ormai concluso. […]

Il mercato funziona sull’esclusione, non sull’inclusione, e ha quindi continuato a operare severe selezioni, condannando all’indifferenza stili, metodi, gusti e soprattutto la pratica artistica e la manualità, esiliate del tutto dal mondo dell’arte. Anche le istituzioni e gli esperti possono continuare le loro attività solo in un mercato che non sia inclusivo: vivono di novità che si succedono e non della presenza contemporanea di tante opzioni.
Come ha scritto Arthur Danto, con il pluralismo: «Le istituzioni del mondo artistico – le gallerie, i collezionisti, le esposizioni, il giornalismo – che si basano sulla Storia, e dunque rilevano ciò che è nuovo, un po’ alla volta avvizziranno.» Ed è proprio per questo che il pluralismo non si è mai compiuto in senso istituzionale, ed è probabile che non accadrà mai, perché in caso contrario le istituzioni condannerebbero a morte sé stesse.

C’è inoltre da dire che gli stessi artisti sono tra i principali oppositori del pluralismo. Quando Mondrian diceva che “l’arte vera, come la vera vita, prende un’unica strada”, e Ad Reinhardt affermava “c’è un’unica arte”, negavano le infinite possibilità offerte dall’arte. Questo è un problema molto sentito dagli artisti, che spesso ancora oggi che il Modernismo si è concluso stentano ad accettare la diversità.
Non c’è da stupirsi per questa reazione, il pluralismo può essere disturbante: sottende l’idea che in una società possano convivere in pace diverse ideologie e diversi credi, e che nessuno abbia in sé un merito maggiore o minore degli altri.
Fedi e ideologie, però, spesso sono intrinsecamente fanatiche, antisociali, violente, nazionaliste, esclusive o razziste, e in nessun modo possono andare d’accordo tra loro, perché il rifiuto dell’altro fa parte dei loro programmi. Tenere insieme ciò che non è fatto per stare insieme è un’impresa colossale.

Quando però ci limitiamo all’arte, le cose sembrano più semplici: cosa c’è di male ad accettare altri modi di fare arte? Perché mai ci dovrebbero essere dissapori tra chi ha scelto l’astrattismo e chi invece il figurativo, oppure tra chi si rifà al classico, chi rielabora le avanguardie, chi sperimenta e chi segue le mode del momento?
Da un lato è una questione di sopravvivenza, di visibilità del genere e dello stile – per i quali gli artisti sono in perenne competizione che se ne rendano conto o no -, che vuol dire maggiori investimenti, maggiori possibilità di esporre, maggiore interesse da parte delle istituzioni, più collezionisti interessati e quindi più compratori; dall’altro lato c’è la passione dell’artista, che avendo impegnato una vita in quello che fa, spesso lo vede come “l’unica via giusta”, e tutte le altre gli sembrano assurde, errate, addirittura pericolose: riconoscere la validità di una via diversa è per lui come ammettere di aver sbagliato a concentrarsi solo sulla propria.

Uno dei motivi per i quali spesso sono proprio gli artisti i più acerrimi nemici dell’arte contemporanea è proprio questo: non riescono ad accettare la molteplicità, l’essenza multiforme dell’arte del loro tempo. Non riescono a vedersi come parte di un tutto, come una delle tante voci di un coro, voci che possono permettersi di essere contrastanti: un coro di solisti.
Piuttosto, tendono a vedersi come unico baluardo della Vera Arte, in un mondo di barbari che producono cose immonde che con l’arte non hanno a che vedere. Se in alcuni periodi del passato l’artista tentava di imporre una visione nuova o alternativa rispetto a quella ufficiale – scontrandosi con un nemico ben definito -, ora che le alternative sono tante, in un meltin’ pot di microvisioni artistiche coesistenti, egli si sente circondato da mille nemici senza volto, isolato anche quando non lo è, vittima del sistema anche quando questo non c’entra nulla, e si incaponisce ancora di più nell’assolutismo, oppure si rifugia nel passato, rifiutando tutto ciò che è nuovo, alternativo o solo diverso. Nonostante la libertà e le possibilità di cui può godere, l’artista di oggi è spesso il peggiore dei conservatori.

Il sistema però è davvero pilotato – lo è per definizione -, è una macchina infernale che crea eroi transitori e macina vittime, consentendo opportunità più illusorie che reali, e questo non fa che accrescere la sua paranoia e il suo manicheismo.
Non molto diverso – anzi di gran lunga peggiore -, è l’approccio di critici, collezionisti e semplici fruitori, i quali per un motivo o per un altro sono legati a un certo modello di arte, del passato o del presente, e nella migliore delle ipotesi considerano tutto ciò che non vi rientri una bizzarria da sopportare con pazienza.
Invece di apprezzare la ricchezza rappresentata da così tante voci diverse, riescono solo a vedere impoverimento e confusione, un’arte che non è omogenea e impegnata a essere quello che era un tempo. In definitiva, a loro non basta che a fare l’arte che preferiscono siano “solo” alcuni artisti, e li accusano di non essere tutti impegnati a fare quella e solo quella. Una pretesa a dir poco assurda.

Andros

Tratto dal libro “Storia dell’artista”, edizione ebook e cartacea 2014.

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