Séraphine – un film di Martin Provost – Secondo tempo

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Continua dal primo tempo

Anche Uhde vive le stesse difficoltà, deve quindi smettere di finanziare Séraphine e annullare una mostra in programma sulla quale lei aveva grandi aspettative. È un colpo durissimo, la fragile artista perde il senno e in breve finisce in una casa di cura per malati mentali, legata a un lettino.
È così che il film si chiude. Una scritta ci fa sapere che Séraphine morirà in quella struttura nel 1942, e che tre anni dopo Uhde riuscirà finalmente a esporre le sue opere, che diverranno note in Francia e nel mondo.

Il film ha vinto diversi premi, probabilmente meritati; difatti, in confronto alla media dei film sulle vite degli artisti – di solito a dir poco discutibili – questo ha dei pregi, soprattutto dal punto di vista strettamente cinematografico. Quello non è però il mio punto di vista: il mio è il punto di vista di chi degli stereotipi sugli artisti non ne può più.
I film sull’arte e quelli sugli artisti in particolar modo soffrono di difetti congeniti che il cinema mondiale sembra incapace di correggere, incastrato com’è in un set di stereotipi dal quale non sa o non vuole liberarsi. Dovunque siano stati realizzati, chiunque li abbia sceneggiati e diretti, sembra che una regia più alta abbia guidato queste realizzazioni, appiattendole sui soliti topoi.

Perlomeno, in questo caso non si assiste alle solite scene-tipo: la più abusata di tutte forse è quella in cui l’artista preso da un raptus distrugge le proprie opere, di solito per la frustrazione di non trovare la “giusta ispirazione.”
A questo film fanno anche da tappeto alcune questioni interessanti, come il dominio del caso, che si impone nella vita di questa artista in diverse occasioni, oppure la forza di eventi più grandi dei singoli, come la guerra, che ne gestiscono le sorti, o ancora l’enorme peso del gusto del collezionista-mercante, in grado di imporre all’attenzione del mondo le opere di un’artista incontrata per caso – e chissà quanti artisti ancora più meritevoli non hanno mai avuto l’incontro che conta.
Nonostante ciò, anche “Séraphine” mi lascia perplesso. Come in molti altri casi, il difetto sta a monte, nella scelta dell’artista. Mi chiedo: possibile che se si faccia un film biografico su un artista se ne scelga sempre uno pazzo, o minorato, o paraplegico, o alcolista, o suicida, o violento (eccetera), e mai uno che abbia trascorso una vita sana, piena di soddisfazioni ed esperienze?
Eppure non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta. Rubens, per esempio: è considerato un grande artista, ha avuto una carriera folgorante, è stato un abile imprenditore con una personalità magnetica, parlava cinque lingue, è diventato ricchissimo, ha avuto tante donne (che non ha picchiato o ucciso), ha perfino fatto l’ambasciatore – favorendo la pace tra Inghilterra e Spagna -, insomma ha avuto una vita ricca di aneddoti che sarebbero una pacchia per qualsiasi regista.

In effetti, un film su di lui lo hanno fatto, nel 1977, oscuro e ormai introvabile, ma è comunque poca cosa. Perché non farne uno su Raffaello, su Tiziano o su Bernini? Gli esempi sarebbero tanti, dai più noti ai dimenticati dalla storia, tutti artisti che la cinematografia non prende in considerazione perché troppo sani; al massimo per loro ci sono degli agiografici documentari o dei terribili sceneggiati televisivi.
Il perché è facile da capire: siamo ancora imbevuti di Romanticismo, che a distanza di due secoli continua a fare danni. L’artista DEVE essere uno squilibrato, la sua vita e il suo comportamento DEVONO essere caotici e miserabili e il successo se mai gli arride DEVE farlo solo dopo la morte – possibilmente straziante.
Se racconti la vita di un artista soddisfatto, il pubblico resta insoddisfatto.
Si aspetta che l’artista sia guidato dalle passioni, dall’istinto, dall’ispirazione, dalla malattia: che tristezza è vedere al cinema un artista che lavora sulle opere con impegno, ragionandoci e studiandole? Eppure, è quello che accade più spesso di quanto si pensi, ma certe cose non si possono dire, neanche nel ventunesimo secolo.
Figuriamoci mostrarle al cinema.

Andros

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