Senza parole

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Andros – Top Model
Colori a olio su chromolux

Senza parole

 Questa è la logorroica storia di Lemmario, che vivendo da sempre ai margini della società finì col perdere l’equilibrio e precipitarvi dentro.
Per lui la vita era una continua ricerca di stratagemmi per ottenere tutto pur non facendo nulla.
Si rese subito conto che uno dei modi più rapidi per fare soldi era dedicarsi allo spaccio; ma quello aziendale non lo volle, vestiva in modo troppo trasandato e faceva scappare i clienti.
Allora entrò nel giro della droga, ma era un giro inflazionato, che gli stava stretto e rischiava di rimanerci strozzato.
In quel periodo gli capitò comunque di conoscere persone interessanti; alcune dichiaravano orgogliosamente: «Mi sono “fatto” da solo.» Mentre altre, con le quali la bellezza era stata poco generosa, provavano un brivido di piacere nel sentirsi dire: «Sei proprio “fatto” bene!»
Altri poi, dovevano aver preso alla lettera il famoso detto: “Fatti, non parole.” Ma erano una sparuta minoranza, giacché gli spacciatori di parole continuavano allegramente a proliferare.
Proprio questo diede a Lemmario l’idea che stravolse la sua esistenza: spacciare parole.
Si trattava di un campo non del tutto esplorato che poteva assicurargli grandi margini di guadagno e carriera; non era un giro poi tanto lontano da quello della droga, in fondo, le sue parole avrebbero nutrito delle frasi “fatte”, in più, Lemmario viveva da sempre in un luogo comune, questo lo avrebbe avvantaggiato.
Cominciò timidamente agli angoli delle strade, spacciando congiuntivi tagliati male; certo, con quella merce avariata i clienti rischiavano continuamente di rimetterci la faccia, ma lui fu abile a tenersi lontano dalle loro rimostranze.
In seguito, si fece più audace e passò al mercato delle ambasciate come fornitore quasi ufficiale di eufemismi e parole smussate; nei momenti di stanca si accontentava di rifornire giornalisti e teleconduttori di parole abusate.
La voce del suo giro cominciò a trapelare e così arrivò anche la concorrenza: frotte di spacciatori si annidavano alle porte della Camera ma soprattutto del Parlamento, la loro piazza preferita. Ma nessuno poteva battere Lemmario in questo campo: era diventato il re incontrastato dello spaccio di parola spregiata.
I politici sembravano fidarsi solo di lui.

«Cosa hai portato oggi?»
«Ho delle “convergenze parallele” nuove di zecca!»
«Ma è roba vecchia! Non fa più effetto a nessuno!»
«Ma che dite, Dottò, ho persino un “patto di non belligeranza” che è una bellezza; gli manca solo la parola! Se lo mettete vicino a una “missione di pace” ci fate un figurone. Credetemi, si tratta di lemmi dal restyling all’avanguardia, sintetizzati in laboratorio. Resteranno tutti a bocca aperta. Se li prendete vi faccio dono di una virgola di populismo e due accenti di demagogia. Dottò, approfittate, ché questa roba va sempre più a ruba, non so se potrò più farvi questi prezzi!»

Roba da restare senza parole.
Il suo commercio, ai limiti della legalità, si espandeva sempre più. Lemmario divenne talmente famoso da non dover neppure più cercare i clienti; erano loro a cercarlo, e con insistenza, per rifornirsi di parole adatte a ogni abuso.
Mise in piedi “L’emporio Lemmario”, dove, con l’aiuto di alcune figure retoriche, gestiva i suoi affari e accoglieva il crescente numero di clienti; dalla metonimia alla preterizione, dall’allitterazione alla catacresi, dagli arcaismi ai neologismi, tutto lavorava a favore di Lemmario.
Grazie a lui, tutti sapevano sempre come dire quello che volevano dire, ma soprattutto, come non dire quello che avrebbero dovuto dire; come nascondersi tra le parole, fingere conoscenze mai avute e interessi mai coltivati e dissimulare ignoranze e veri intenti.
Grazie a lui, chiunque poteva parlare di qualunque cosa.

Era molto fiero di quello che era riuscito a fare: gonfiare il proprio conto in banca.
Il florido commercio di Lemmario, però, generò un imprevedibile effetto collaterale: tutti parlavano troppo e troppi parlavano di tutto; era diventato un guazzabuglio inestricabile nel quale non si riusciva più a distinguere il vero dal verosimile e il falso dal criminale.

In medicina, la parola di un edicolante valeva quella di un primario; in fondo l’avevano comprata nello stesso posto.
In psicologia, la parola di una star televisiva valeva quella di un analista: anche loro si servivano da Lemmario.
Chiunque poteva ritrattare, cambiare versione, affermare, negare e poi riaffermare qualsiasi cosa senza che nessuno si ponesse neanche più il dubbio di chi avesse detto cosa, quando e perché.
La storia dell’uomo, dell’arte, della filosofia, della scienza e di qualsiasi altra cosa, venivano scritte e riscritte decine, centinaia di volte l’anno e nessuno s’interessava più alle modifiche; tanto, presto sarebbero state soppiantate da altre versioni.
Ognuno poteva, arbitrariamente, scegliere a quale versione credere, anche senza averla capita.
Leggi, costituzioni, ideologie e religioni subivano lo stesso processo; al punto che nessuno più sapeva cosa fosse legittimo, possibile, lecito, morale o corretto fare e non fare. Nel dubbio, ognuno faceva tutto quello che gli passasse per la testa.
Tutti si sentivano esperti di tutto, in grado di discettare su qualsiasi anfratto del sapere umano, dalla fisica nucleare alla culinaria, dalla microchirurgia alla sociologia, senza saperne assolutamente nulla.
Una meravigliosa torre di Babele si stava autoedificando e siccome la parola è di pietra, i mattoni li stava fornendo Lemmario, traendone enormi vantaggi.

La cosa non poteva passare inosservata e il malcontento cominciò a manifestarsi; prima sommessamente, in seguito più energicamente. Qualcuno cercò di bloccare il suo commercio, appigliandosi a questo o quell’articolo di legge; ma c’era ben poco da fare: nessuna legge vietava esplicitamente il traffico di vocaboli e i contrari erano ancora una minoranza rispetto ai favorevoli, perché erano in troppi a trarne benefici o a illudersi di trarne.
Ci fu anche chi tentò con le buone di farlo ragionare, di portarlo a restringere il giro d’affari, ma senza successo: a Lemmario, anche il verbo divino interessava alla stregua di tutti gli altri verbi. E poi perché limitarsi, quando poteva tranquillamente diffondere anche gli avverbi e gli aggettivi, così come i predicati e i complementi oggetto?
Tutto rimase come prima, quindi, e gli introiti di Lemmario, che non si curava affatto del malcontento di pochi, continuarono a lievitare a dismisura.

Un infausto giorno, però, Lemmario pagò per la sua indifferenza e per aver sottovalutato l’astio crescente nei suoi confronti.
Era nel suo affollato showroom, controllando che tutto procedesse per il meglio, quando, tra la vendita di un pacchetto di condoglianze e lo smistamento di una partita di saccenteria, una muta figura dall’aria triste e saggia gli si parò di fronte e gli sparò.
Due colpi secchi: uno lo raggiunse alla gola, togliendogli la parola, e l’altro lo colse in mezzo agli occhi, togliendogli la vita.
Lemmario si spense prima ancora di crollare a terra, e non seppe mai che il disperato artefice di quel gesto estremo era qualcuno che, grazie al successo dello spaccio di parole, era ridotto sul lastrico: un anziano commerciante di silenzio, con tanto di licenza di zittire.

Andros

Tratto dal libro “Sabba di paralleli”, prima edizione cartacea 2005.
Ultima edizione 2014, solo in formato ebook, riveduta e ampliata con nuovi racconti.

sabba completa

 

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