Messia selvaggio – Un film di Ken Russell – 2° Tempo

Messia Selvaggio - Ken Russel - Henri Gaudier-Brzeska - andros art,androsofia,libri d'arte aforismi,film art movie,art techniques,tecniche artisticheContinua dal 1° Tempo

Lui invece sembra convinto di fare qualcosa che “servirà alla gente”, finché, di colpo, decide di arruolarsi; nel frattempo, donne e mercanti che lo avevano pungolato, continuano le loro vite, al riparo da granate e proiettili.
Henri comunque è a proprio agio, agli amici scrive che la guerra gli piace, e che ogni notte è in azione a uccidere tedeschi. In attesa della mostra che sarà, e del matrimonio promesso da Sophie, lo scultore riversa la propria esuberanza nei combattimenti, ricevendo persino una decorazione per aver lottato senza riguardo per la propria incolumità.
Henri però non vedrà mai quella mostra, né si sposerà, né farà altro, resterà invece ucciso in trincea a Neuville-St.-Vaast il 5 giugno 1915, a soli 23 anni.
“Messia Selvaggio” si chiude con una carrellata di sue sculture, finalmente esposte, intervallate alle lacrime di Sophie.

Il film non lesina considerazioni sull’arte e sui cliché che l’accompagnano, mascherate nei densi e scoppiettanti dialoghi che costellano i novanta minuti di “Messia selvaggio.” Non mancano scene divertenti, come quando Gaudier promette al gallerista Shaws che il giorno successivo gli mostrerà una scultura, ma la scultura non esiste, quindi va a rubare un pezzo di marmo in un cimitero e passa la notte a scolpirlo. La mattina seguente però il gallerista gli manda un telegramma, dicendosi impossibilitato ad andare al suo studio per impegni in galleria. Henri quindi carica la scultura su una carretta e la trasporta fino alla galleria, quindi la solleva e la scaglia con forza contro le vetrine.
Oppure quando a una ragazza ricca e annoiata che aspira a diventare artista e che dice “voglio lasciare qualcosa dietro di me che possa essere raccolto” Gaudier risponde: “Bene, fai la cacca!”

Per alcuni capolavoro, per altri opera meno riuscita, “Messia selvaggio” è di certo una biografia d’artista atipica; e già per questo meritevole. Pur con qualche scivolata, non scade nei soliti modi triti cui la cinematografia attinge quando si tratta di parlare di artisti. Niente scene madri stereotipate, niente facile agiografia, e non v’è traccia dei disturbi mentali di cui entrambi i personaggi soffrivano; una scelta apprezzabile. Ha anche il pregio di aver dato ampio spazio alla figura di Sophie Brzeska, di solito ignorata; persino il libro del collezionista Harold Stanley Ede da cui il film è tratto la pose in secondo piano.
Ad alcuni può dar fastidio la regia sopra le righe, che era del resto il marchio di fabbrica di Russell; a ben vedere però, in questo caso forse è meno sopra le righe del solito. Il regista ha deciso di mantenere un tono più controllato proprio nel trattare la vita di un artista, che nell’immaginario collettivo è incontrollato e fa le cose più strane del mondo.

Forse lo ha fatto perché la figura di Gaudier era già esplosiva e bizzarra a sufficienza, e il rischio di farlo sembrare un saltimbanco – rischio non del tutto evitato – era troppo alto.
Preferisco però pensare lo abbia fatto proprio per creare un contrasto, per non adeguarsi a un luogo comune, e spiazzare chi si aspettasse chissà quali fuochi d’artificio.
Russell di sicuro conosceva molto bene questo rischio e queste aspettative, non a caso il film ironizza più volte su questo aspetto.
Ne è un esempio una frase emblematica che Russel fa pronunciare allo scultore: “Conosci il pubblico: se un artista non è un anormale, non è niente!”

Andros

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