Le teorie dell’arte – 6 di 6

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Continua dalla quinta parte

Il filosofo Gilles Deleuze ha una grande influenza su artisti e teorici sul finire degli anni ’90, scrivendo su arte e artisti e realizzando opere in collaborazione con lo psicoanalista Felix Guattari. Deleuze pensa che idee e organismi abbiano una predisposizione per il cambiamento e per il divenire, quindi è avverso all’idea di essere: il concetto del “divenire” è alla base di tutto il suo lavoro.

La filosofa, critica e femminista Judith Butler, negli anni Novanta mette in dubbio l’idea di “genere.” Per lei non è una natura prefissata, non ci sono correlazioni tra il sesso (maschile, femminile), il genere (possedere qualità mascoline o femminine) e il desiderio (come diretto verso il genere opposto). Questo mette in crisi la nozione, accettata in molte culture e rinforzata da teorici come Freud, di genere determinato dal sesso; e rende anche più difficile la divisione dei gabinetti pubblici. Queste idee mettono in primo piano la questione del corpo, un argomento che diventa preminente nella teoria dell’arte, soprattutto per le artiste. Abitare un corpo diventa un fattore problematico, il corpo viene radicalmente ripensato e contestato e l’ansia sulla soggettività, che è un luogo comune del pensiero postmoderno, percorre gran parte dell’arte. Per Donna Haraway non esiste neanche uno stato di “essere femmina.” Nel 1985 realizza un “Manifesto Cyborg”, per lei il cyborg è un modo creativo per pensare all’individuo. Tanto per cambiare, trova il modo per infilarci dentro le solite istanze femministe.

Nelle ultime due decadi il computer e internet hanno trasformato la vita di buona parte delle persone e gli aspetti delle loro vite, compreso l’arte. Per alcuni teorici il digitale ha creato un intero nuovo reame di immaginazione e consapevolezza. Alcuni, come Marshall McLuhan, sono stati molto ottimisti sul digitale e sul villaggio globale, altri invece, come Paul Virilio, lo sono stati meno, vedendo nell’“essere dovunque allo stesso tempo” un “non essere da alcuna parte.” Il fenomeno internet esplode negli anni Novanta, e non si contano i feriti. Gli artisti iniziano da subito a portare l’arte sul web o a farla direttamente usando il web; per alcuni è un mondo dell’arte globalizzato del tutto diverso da quello dei musei e delle gallerie. Ora la conoscenza può essere accumulata, interconnessa e modificata da intelligenze umane o artificiali, quindi per alcuni teorici l’idea di autenticità muore, essa può essere solo predigitale.

Le teorie si accavallano, Sherry Turkle scrive nel 1995 “Vita sullo schermo: l’identità nell’era di Internet” da psicologa postmoderna per lei i role playing hanno potenzialità terapeutiche. Sadie Plant scrive nel1997 di cybercultura e… femminismo – ma va? Sean Cubitt scrive nel 1998 “Digital Aesthetics”; per lui il digitale offre un nuovo, vero spazio democratico, e le arti digitali sono vitali per il suo sviluppo. Lev Manovich avanza teorie che hanno un forte impatto sull’uso del digitale nelle arti, e riflette su come i programmi influiscano sul fare arte sia i per cineasti sia per gli artisti.

Nel 1998 invece Nicolas Bourriaud pubblica una collezione di saggi che definiscono una tendenza da lui osservata nell’arte internazionale. La sua teoria di “estetica relazionale” parte dall’inclinazione di molti artisti verso opere interattive – anche se a lui questo termine non piace -, non pensate per le gallerie, ma per osservatori casuali e passanti. L’artista si comporta come un organizzatore, un animatore da villaggio turistico, e invita la gente a partecipare a qualche forma di attività. Per Bourriaud, l’artista non deve assolutamente permettersi di fare opere che abbiano un significato; non se ne parla neanche, per carità! Se lo fa, è un tiranno che intende imporre le proprie idee al pubblico: fuciliamolo. Stranamente non considera se stesso un despota, anche se teorizza con convinzione e vuole imporre il silenzio agli artisti – come tanti altri del resto. Claire Bishop invece vede la tendenza dell’arte relazionale ad agire nella sfera pubblica come idealizzata, romantica e tendente al kitsch. Preferisce un approccio politico, volto a sottolineare la mancanza di armonia sociale nella società contemporanea. Va beh, se la sbrigheranno tra loro, magari con un duello all’ultimo articolo.

Concludendo, le teorie sull’arte sono ormai talmente tante e talmente divergenti – e così anche le pratiche artistiche -, che è impossibile essere certi su cosa essa sia realmente, e soprattutto su cosa non sia. Alcuni pensano sia forse il caso di ripensare il concetto di arte, come è già successo in passato, o magari anche di abbandonarlo del tutto, se serve a ridurre la confusione. Forse l’arte è solo una parte di una cultura visiva molto ampia che non può essere ridotta al solo concetto di arte, fatta di vestiti, design, decorazioni, televisione, eccetera. Inoltre non tutta l’arte è visiva, alcuni artisti contemporanei, per esempio, lavorano con il suono o con gli odori, forse più che di cultura visiva bisognerebbe parlare di cultura e basta. Il punto è che tutto quello che era associato all’arte, tecnica, bellezza, funzione, propaganda, propositi culturali e altro ancora, è stato messo in discussione nel mondo postmoderno – che, tra parentesi, per molti ormai è anch’esso superato. L’arte è forse una forma di curiosità, che in una maniera o in un’altra indaga sempre il nostro modo di vedere noi stessi e gli altri nel mondo.

Solo una cosa è certa: qualsiasi cosa sia, finché ci saranno esseri umani si continuerà a fare arte. Purtroppo anche le teorie continueranno a proliferare, e come abbiamo visto persino nel postmoderno – che si dichiarava tanto aperto alla multiformità – le teorie hanno rinchiuso l’arte in un ghetto, e spinto gli artisti a rimanervi ingabbiati. La teoria è in definitiva una prigione virtuale fatta di parole, in cui aguzzini che di solito non sanno fare arte pretendono di spiegare agli artisti come farla. Questo vuol dire che, a prescindere da cosa sia l’arte, una delle virtù che gli artisti devono avere è senza dubbio la pazienza.

Andros

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2 Responses to Le teorie dell’arte – 6 di 6

  1. helios2012 says:

    ”La teoria è in definitiva una prigione virtuale fatta di parole, in cui aguzzini che di solito non sanno fare arte pretendono di spiegare agli artisti come farla. Questo vuol dire che, a prescindere da cosa sia l’arte, una delle virtù che gli artisti devono avere è senza dubbio la pazienza.”’

    Eh…in effetti la pazienza dovrebbe servire….ammesso che tutti gli artisti ne siano dotati 🙂

    Comunque è mia convinzione ( sperando che rimanga tale e non definita teoria 😉 che l’arte o meglio chi fa arte non dovrebbe fare mai a meno della curiosità

    • Andros says:

      La pazienza è merce rara, ed è comprensibile che sia così; anche la curiosità è merce rara, questo però non è comprensibile. 😉

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