Le teorie dell’arte – 5 di 6

bellezza di plastica - andros art,androsofia,libri d'arte aforismi,film art movie,art techniques,tecniche artisticheLe teorie dell’arte – 5 di 6

Continua dalla quarta parte

Negli anni Settanta il modernismo ha un po’ stufato, e molti lo dichiarano archiviato, è ora del postmoderno. Il termine nasce negli anni Trenta, ma il primo a usarlo nella nuova accezione è il giovane architetto Charles Jenks, è una definizione sulla quale teorizzano in tanti, come Jean François Lyotard, e che si afferma definitivamente verso il 1980.
Il postmodernismo smonta un po’ di assolutismi e si apre al relativismo, ma senza strafare. Uno dei fondamenti del postmodernismo è la convinzione che non ci sono verità assolute: il che però si pone come una verità assoluta, ah, le contraddizioni…
Rivaluta inoltre la decorazione, che non è più vista come irrazionale e primitiva, ma come una testimonianza di tradizioni culturali. Il programma postmoderno prevede la presenza di infinite voci diverse tra loro, programma purtroppo rimasto sulla carta e sviluppato solo in apparenza. Questo perché il mercato funziona sull’esclusione, non sull’inclusione, e ha quindi continuato a operare severe selezioni, condannando all’indifferenza stili, metodi, gusti e soprattutto la pratica artistica e la manualità, esiliate del tutto dal mondo dell’arte. Il termine postmodernismo in realtà pone più problemi di quanti ne risolva, perché il suo significato è tanto variegato da risultare inefficace e sempre inappropriato.

Said, Ball e Homi K. Bhabha si interessano dell’esperienza di essere “l’altro” in una cultura dominante, e come questo modella e influenza i modi di pensare a proposito dell’identità. Bhabha usa il termine Hybridity, una condizione postcoloniale, contemporanea e postmoderna che dà all’arte una funzione importante, non più quella di produrre bellezza o conoscenza, ma di creare uno spazio in cui sia possibile l’interazione di gente e culture. Le mostre organizzate da Bhabha però sembrano un pestaggio del maschio bianco occidentale, che in una specie di catarsi imposta si prende tutte le colpe: vere, false e presunte. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, hanno un notevole riflesso sugli artisti e sull’arte; il masochismo occidentale è da manuale.
Jacques Derrida inventa la teoria del Decostruzionismo: è un metodo per approcciare tutti i testi visivi e culturali e capire come sono stati costruiti. Per Derrida la verità è impossibile in pittura come nel linguaggio, perché ogni verità è assoluta e totalitaria e basata sulla opposizione binaria vero/falso. Per lui non si può avere un’interpretazione definitiva di un’opera, il significato non è determinato dall’autorità di una voce che costruisce significato, ma dal contesto culturale che lo definisce.

Michel Foucault e Roland Barthes indagano uno dei punti centrali del postmoderno: la morte dell’autore, un concetto che si può far risalire a Hegel. Barthes nel 1968 descrive l’opera o il testo come un insieme di idee non originali che operano in relazione tra loro. L’idea tradizionale dell’autore era che egli creasse qualcosa di nuovo, ora questa idea viene negata. L’anno seguente, Foucault scrive “Cos’è l’autore?”, in cui l’autore è descritto come una finzione, una creazione necessaria per dare al lettore la possibilità di immaginare una singola voce che governa l’intero testo, e dà a questo autore fittizio, che taglia e incolla una pletora di idee non originali, una funzione: la funzione dell’autore. Un discorso simile vale per l’artista.
Con sublime incoerenza, Barthes e Foucault però ci tengono molto a firmare i loro scritti, e così diventano autori acclamati dichiarando la morte dell’autore: geniale!
I due mettono anche in discussione l’importanza dell’intenzione dell’artista nel fare un’opera d’arte, questo perché è il lettore che crea il significato quando decifra l’opera. Non conta nulla quello che l’artista pensa di aver dipinto, è l’interpretazione del fruitore che conta. Era ora che ci liberassimo di questo artista che insiste a infilare significati ovunque, e che diamine!

Nel frattempo Joseph Beuys, zitto zitto, è convinto che tutti siano artisti, e nella prestigiosa Düsseldorf Academy accetta chiunque voglia iscriversi al suo corso di scultura. Questa idea è un successo planetario, piace un casino a tutti! Un po’ alla volta se ne convincono, il mantra corre di bocca in bocca: siamo tutti artisti. Com’è bello, com’è democratico! È un altro bel modo per annientare la figura dell’artista.
Per Jean Baudrillard ci sono stati tre stadi di rappresentazione a partire dal Rinascimento, nel primo stadio si può facilmente riconoscere la copia come una rappresentazione del reale, nel secondo stadio, quello della produzione di massa del diciannovesimo secolo, diventa più difficile distinguere la copia dal reale, qual è l’originale tra una foto e una stampa, per esempio? Nel terzo stadio, dell’era postmoderna, la rappresentazione determina il reale. Baudrillard mette in discussione la prima guerra del golfo del 1991, che per lui l’Occidente ha visto solo come riproduzione.
Uno dei modi in cui la perdita del reale si può manifestare in un’opera d’arte è attraverso il miscuglio di generi, stili e segni, che nel postmoderno diventa una pratica più consapevole.
Anche Hal Foster la pensa così, e spiega che l’artista postmoderno, più che un produttore di oggetti d’arte è un manipolatore di segni, e il fruitore più che un contemplatore passivo è un lettore attivo di messaggi. E siamo tutti più contenti, come uno spazzino è più contento se lo chiamano operatore ecologico.

Per Craig Owens l’allegoria, usata nell’arte dai tempi classici, nel postmoderno assume un nuovo significato. Per esempio, un nano da giardino non è più un semplice nano da giardino ma un significante kitsch del consumismo e del gusto.
Per Frederic Jameson invece il postmoderno è un prodotto del capitalismo multinazionale, in cui l’individuo perde il contatto con il sistema economico e poi con la realtà stessa.
Julia Kristeva si interessa dell’abietto, di ciò che è tabù per la società: un cadavere per esempio è abietto perché ci ricorda la nostra mortalità, così altre cose legate a funzioni corporali come il vomito, le secrezioni e le mestruazioni.
Negli anni Novanta l’abiezione diventa un’area di grande interesse per gli artisti, che con stili molto diversi tendono a scioccare e a utilizzare materiali spiacevoli nelle loro opere, per esempio sterco, sangue o urina, con contenuti conflittuali e sessuali.
Come ovvio, le reazioni di critica e pubblico spesso sono molto più abiette delle opere.

To be continued…

Andros

Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte
Sesta parte

Save

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather
Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

3 Responses to Le teorie dell’arte – 5 di 6

  1. helios2012 says:

    Ho letto non sapendo se ridere o piangere …. 🙂 :'(

    Ritorno a farti complimenti per questa tua opera (completata) che visto dal vero.

  2. helios2012 says:

    Ops ….sarà per l’ora.

    Ritorno a farti i complimenti per questa tua opera che avevo visto dal vero completata-

Leave some words