Le teorie dell’arte – 2 di 6

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Continua dalla prima parte

Savonarola si infiamma contro le storture della Chiesa, e infiamma gli animi del popolo e anche di molti artisti; tutti insieme decidono poi di infiammare le opere d’arte: iniziano i roghi, durante i quali spesso gli artisti stessi danno alle fiamme le loro opere.
Martin Lutero si gasa, la trova un’idea geniale, e non vuol essere da meno, così lancia la propria Riforma contro la Chiesa corrotta; inizia un’altra iconoclastia. L’arte è superflua e blasfema, quindi si distruggono un bel po’ di opere, sacre e profane. In alcune zone, per esempio in Germania, gli artisti sono ridotti alla fame.
La Chiesa finge di imparare la lezione e invece di curare la propria corruzione se la prende con l’arte. Il concilio di Trento impone agli artisti di attenersi a rigidi canoni, dai quali non allontanarsi per non finire nelle violente mani dell’Inquisizione. Bentornato Medioevo. Niente nudi o immagini oscene, in un tripudio di pruderie e ipocrisia, in compenso sangue e martiri a bizzeffe, per esaltare gli animi dei fedeli.

Il classico ritorna con l’Illuminismo, la Rivoluzione francese e il Neoclassicismo sostenuto da Winkelmann, che però stravolge del tutto l’arte greca, idealizzandola e slegandola dal naturalismo.
Denis Diderot inventa la moderna critica d’arte; e grazie pure a lui. È contrario all’accademismo, al Neoclassicismo, alla pittura storica, a quella religiosa, alle frivolezze del Rococò e a un sacco di altre cose; per lui l’arte deve essere morale e didattica, deve indurre alla virtù.
Nel 1735 Alexander Baumgarten si chiede “cos’è la bellezza?”, e inventa l’estetica, incastrando l’arte nelle maglie della filosofia: non l’avesse mai fatto. Le teorie sull’estetica si moltiplicano come conigli: Sulzer nel 1751, Lessing nel 1756, Mendelssohn nel 1757, Kant nel 1781, Fichte nel 1792, Schelling nel 1792, Hegel nel 1807. Persino gli artisti si cimentano; William Hogart scrive nel 1754 “The analysis of beauty”: secondo lui la bellezza ha a che fare con l’adeguatezza e la grazia.
Edmund Burke scrive nel 1757 “Philisophical inquiry into the Sublime and the Beautiful”. Il bello è razionale, il sublime è emozionale. Kant basa su questo scritto le proprie discussioni sul sublime e scrive “Critica del giudizio”, che diventa un testo chiave per la moderna discussione sull’estetica – nonostante sia scritto da una persona che di arte sa poco o nulla. Kant separa la bellezza dalle idee di morale e verità, ponendo le basi per il concetto dell’arte per l’arte. L’arte non può più quindi occuparsi della verità, e viene chiusa nel ghetto della bellezza, nel quale non disturba e non si può intromettere nelle faccende che contano. Che brav’uomo Kant.

Dal canto suo, Jean-Jacques Rousseau, nel “Discorso sulle arti e sulle scienze”, afferma che gli avanzamenti nell’arte e nella scienza hanno peggiorato le condizioni dell’umanità. Uff, sempre cattive notizie. La civiltà è corruzione, meglio essere primitivi, bambini, irrazionali, eccetera: è il pericoloso mito del “buon selvaggio”, cui di tanto in tanto l’umanità vuole aggrapparsi.
Il Romanticismo si fonda anche su queste idee, e si oppone all’Illuminismo e al Neoclassicismo. Dà importanza all’individualismo, all’immaginazione, all’irrazionale, allo spirituale e al soggettivismo. Goethe torna all’idea rinascimentale del genio. Il genio è libero, come la natura o un bambino non scolarizzato.
Per Hegel l’arte è invece una scienza, nel senso che evolve, cambiando il proprio posto nella cultura, inoltre non è frutto dello spirito umano, ma del proprio tempo. Ah, dimenticavo il peggio: secondo la sua diagnosi l’arte è morta. Condoglianze vivissime, se ne vanno sempre i migliori. È morta nel senso che non può più avere il posto che occupava un tempo, è stata sostituita da filosofia e scienza. Per lui l’arte si è esaurita, ha fatto tutto quello che poteva, dipinti e sculture si potranno ancora fare, ma la loro funzione non potrà mai più essere quella di un tempo.

Nell’Ottocento, per Ruskin l’arte dovrebbe esprimere le nobili idee dell’uomo e di Dio. Spinge l’Inghilterra a rivalutare il Gotico, che per lui è più emozionante del Rinascimento; ha però le idee un po’ confuse, quello che sa del Medioevo si rivelerà solo un mito.
Per Karl Marx l’arte riflette il modo illusorio in cui la società vede se stessa, riportando le idee estetiche borghesi come se fossero superiori e universali. Le condizioni economiche della società danno vita a superstrutture artistiche che riflettono la posizione ideologica dominante. L’arte è inoltre la storia visiva del mondo.
William Morris auspica un ritorno a una produzione artistica preindustriale, per sfidare le degenerazioni della società industriale. Vuole che l’arte sia per tutti: se l’arte dev’essere di pochi colti, preferisce che non sopravviva. Paradossalmente, produce cose che solo i ricchi possono permettersi e pianta il seme del design, che è tutto tranne preindustriale.
Nietzsche attacca il mito della Grecia antica: la sua arte è sopravvalutata. Per lui è una società primitiva che ha dato il meglio di sé nel dramma. Contrappone il dionisiaco, che è irrazionale, all’apollineo, che è razionale.
Intanto Schopenhauer ci dice che il mondo intero è irrazionale, la natura combatte per vincere la morte ed esprime una voglia di vita che si rivela inutile, perché la morte è inevitabile. L’arte però è importante, perché è l’unica attività umana a sé stante, non legata alla voglia di vivere, quindi è un modo per sfuggire all’inutile lotta per la sopravvivenza. Schopenhauer e Nietzsche hanno una buona considerazione dell’artista; di tanto in tanto fa piacere.
Richard Wagner nel frattempo vagheggia dell’opera d’arte totale, nel 1849 scrive “L’opera d’arte dell’avvenire”, dove parla della sintesi dell’arte.

Nella seconda metà dell’Ottocento, vanno per la maggiore due teorie dell’arte, dette dell’Einfühlung (empatia), e della pura visibilità – alla seconda diede il nome a posteriori Benedetto Croce. Per la prima l’arte è espressione del sentimento tramite forme simboliche tratte dalla realtà, la seconda tenta di liberare l’arte da campi esterni come l’estetica, la storia dell’arte o l’iconografia, per cui l’arte è interpretabile solo tramite la percezione visiva. La seconda ha avuto un’influenza maggiore nell’arte e nella critica, e alla sua formulazione hanno preso parte due artisti, lo scultore Adolf von Hildebrand e il pittore Hans von Marées.
Charles Baudelaire è convinto che l’arte debba essere realista e l’artista un flâneur, scollegato dalla società, un dandy. Per lui bruttezza e degrado possono essere belli e non gli interessa l’arte morale. Tra un oppio e l’altro, trova il tempo per scagliarsi contro la neonata fotografia, condannando i fotografi a dibattersi per circa un secolo per essere riconosciuti come artisti. Per lui l’arte non ha alcuna funzione, ha senso in sé. Inaugura inoltre la critica faziosa e pregiudiziosa cui tutti siamo ormai abituati; e tante grazie anche a Charles.

To be continued…

Andros

Prima parte
Terza parte

Quarta parte
Quinta parte
Sesta parte

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One Response to Le teorie dell’arte – 2 di 6

  1. helios2012 says:

    Personalmente penso che il concetto di ‘bellezza’ in arte sia limitato ad un fatto compositivo di equilibrio delle forme, contenuti e verità, dove anche il brutto di quello che ci circonda può diventare ‘bello’ per la forza e abilità espressiva –

    Scrivendo mi è venuto in mente Anna Magnani rapportata a Valeria Marini…

    Chi è la vera artista completa?
    Un abbondante fondoschiena o un cervello e abilità interpretativa di tutto rispetto?

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