Le resine sintetiche

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Si ottengono con processi di polimerizzazione e ne esistono tantissime; sono talmente tante che è quasi impossibile farne una classificazione completa e corretta. […]
Le resine sintetiche possono essere classificate in tre differenti modi:

1° Classificazione
È in base alla loro struttura: abbiamo gli omopolimeri e i copolimeri. Quando i polimeri nascono dall’unione di tante molecole dello stesso monomero abbiamo un omopolimero, se invece sono figli di monomeri diversi si parla di copolimero.

2° Classificazione
È in base al tipo di reazione di polimerizzazione: abbiamo quelli per poliaddizione e quelli per policondensazione.
Il processo di poliaddizione si ha quando monomeri uguali o differenti tra loro reagiscono senza eliminazione di altri prodotti, quindi non rilasciando nell’ambiente sostanze di alcun genere.
Il processo di policondensazione si ha quando monomeri uguali o differenti tra loro reagiscono liberando prodotti secondari, in genere molecole semplici come acqua, ammoniaca, sali ecc.; un esempio classico è quello del silicone acetico, il sigillante venduto in tubi che tutti conoscono: in fase di catalizzazione libera nell’aria acido acetico, di cui tutti ricordiamo il pungente olezzo.[…]

3° Classificazione
È quella forse più importante, alla quale farò riferimento più spesso in questo libro, ed è in base al loro comportamento termico: in questo caso abbiamo le resine termoplastiche e quelle termoindurenti.
Le resine termoplastiche sono sempre sensibili al calore, che le deforma senza alterarne la struttura chimica. Anche dopo il raffreddamento e quindi l’indurimento, possono essere di nuovo plasmate e riplasmate a caldo in qualsiasi forma con le tecniche dello stampaggio a iniezione e l’estrusione, con lo stampaggio a vuoto o persino con l’aria calda soffiata da una semplice pistola termica.
Per questo motivo, i polimeri termoplastici si lavorano soprattutto mediante vari metodi di stampaggio, con l’utilizzo di pressione e calore. Vengono rammolliti o fluidificati dal calore e in seguito fatti raffreddare e quindi solidificare all’interno dello stampo che conferirà loro una forma definita.
In alcuni casi, la resina solidificata acquista una rigidità maggiore di quella che aveva in partenza, ma anche una maggiore fragilità. Il famoso plexiglas è una resina acrilica ed è termoplastico, ed è ben noto come possa essere piegato a caldo anche ripetutamente, con una pistola termica o altre fonti di calore.[…]
Proprio perché termoplastiche, quindi riformabili a caldo, queste resine sono utilizzabili più volte e quindi riciclabili.
Le resine termoindurenti, a differenza delle termoplastiche, quando induriscono formano una struttura chimica a reticolo che non può più essere alterata, per questo possono essere modificate una sola volta dal calore, che produce in esse una trasformazione chimica irreversibile.
Le resine di questo tipo diventano plastiche, e in seguito solidificano, anche per effetto del calore; dopo la solidificazione il calore non potrà più fonderle o renderle plastiche, ma solamente degradarle e distruggerle. Per questo motivo, al contrario di quelle termoplastiche, le resine termoindurenti possono essere formate o colate una sola volta, e non sono riciclabili.
Hanno bisogno di alte temperature e pressioni, fatta eccezione per le resine che reagiscono grazie a un catalizzatore: queste resine, come per esempio le poliesteri insature, sono per noi molto importanti e le vedremo bene nel dettaglio, essendo le resine più diffuse nell’arte, perché permettono una vasta gamma di usi.
Questa differenza dell’uso del catalizzatore è bene spiegarla meglio, perché è di fondamentale importanza.
Solitamente le resine sintetiche, come il plexiglas che è termoplastico o la bachelite che è termoindurente, possono polimerizzare solo con metodi industriali, proprio perché hanno bisogno di temperature e pressioni fuori dalla portata del piccolo artigiano e del grande artista (o, se preferite, del grande artigiano e del piccolo artista).
Sarebbe quindi inutile avere le sostanze base, i cosiddetti precursori, della bachelite: anche avendo fenolo e formaldeide non potremmo farci granché. La bachelite possiamo quindi lavorarla solo nella forma già polimerizzata, proprio come il plexiglas, che compriamo in lastre o blocchi già polimerizzati, non ne acquistiamo le sostanze base. Le resine termoindurenti che hanno un catalizzatore, come le poliesteri insature, o sono bicomponenti, come le epossidiche, non hanno bisogno di forti reazioni termiche per reagire e ne sono quindi venduti i precursori, che saremo noi a far polimerizzare semplicemente unendoli. Senza queste particolari termoindurenti sarebbe impossibile per un artista o un artigiano fare lavori di resina colata in calchi o stratificata con fibra di vetro.

Andros

Brano tratto dal libro “Resine poliesteri ed epossidiche – Cosa sono, come usarle“, 2016 – Disponibile in formato ebook in tutte le librerie online.

 

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4 Responses to Le resine sintetiche

  1. helios2012 says:

    Sto leggendolo…
    Grazie per le avvertenze…ma succede spesso che non si usino purtroppo…per un fatto di comodità e velocità. Speriamo di cavarmela…(!)

    • Andros says:

      Sono il primo a non seguirle, spesso non uso la mascherina e per anni non ho neanche indossato i guanti, che odio, però certe scelte si pagano. Le avvertenze dovevo darle per forza, in caso contrario sarei stato un incosciente, ognuno decide per la propria salute e per la propria vita, ma certe cose bisogna saperle.

  2. helios2012 says:

    Sicuramente hai fatto più che bene a precisare.

    Bisognerebbe mettersi guanti e mascherina anche per prodotti che vengono venduti come sicuri, cosa di cui non sono molto convinta…

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