Le modelle – 3 di 3

selvaggiaLe modelle – 3 di 3

Continua dalla seconda parte

In passato non si sapeva bene da dove venissero i volti delle madonne, gli artisti se la cavavano parlando di fantasia o appellandosi all’ispirazione, che fa sempre un certo effetto. Quando nel Cinquecento il fenomeno della prostituzione ebbe un’impennata, come già detto gli artisti attinsero modelle soprattutto in quell’ambiente, e sul finire del secolo ormai le spiegazioni degli artisti suonavano ipocrite; Caravaggio mise le cose in chiaro, tutti sapevano che i suoi modelli erano prostitute e loschi figuri presi dal popolo, e questa fu una delle cose che gli resero la vita difficile. Nel 1606 i carmelitani scalzi gli rifiutarono una “Morte della Vergine”, perché: “In persona della Madonna havea ritratto una cortigiana da lui amata […] perché havea fatto con poco decora la Madonna gonfia e con gambe scoperte.” Il dipinto scartato dai carmelitani fu visto da Rubens, di passaggio a Roma, che convinse il duca di Mantova ad acquistarlo.

La pratica di pescare nella prostituzione continuò per secoli, e nell’Ottocento molti artisti furono assidui frequentatori di bordelli e di qualsiasi luogo di degradazione, anche alla ricerca di modelle poco costose e disposte a tutto. Talvolta usavano le attrici – spesso anch’esse prostitute -, che accettavano qualsiasi lavoro, fosse in un teatro o nell’atelier di un artista. Quando a Fernande Barrey, moglie del pittore Foujita Tsugouhara, chiesero se in passato avesse fatto la modella, lei rispose: “Modella? Diciamo pure che battevo il marciapiede.”

Queste categorie quindi raccoglievano per lo più persone in difficoltà, e non di rado l’immigrazione forniva materiale umano agli artisti; tra Ottocento e Novecento, in Francia molte modelle venivano dalla Puglia, mentre in Inghilterra c’erano molte napoletane. Le principali modelle dei preraffaelliti erano Jane Burden, Emma Hill, Annie Miller, Fanny Corfnforth, Georgie Macdonald e Lizzie Siddall: tutte di famiglie povere.

I rapporti con gli artisti non erano sempre idilliaci, una modella che si permise di dire a Degas che il proprio naso non era come l’aveva disegnato, fu buttata fuori dall’atelier ancora nuda. Alphonse Mucha non era affatto delicato con le modelle, il figlio Jiri raccontò che spesso copriva il loro volto prima di fotografarle per non farsi distrarre dal viso, se lo considerava brutto o volgare; era molto sgarbato con le modelle che non incarnavano il suo ideale di bellezza e femminilità. C’è poi un curioso aneddoto su Maurice Utrillo, che non fece mai uso di modelle tranne in un caso, quando ebbe modo di ritrarre la già citata Kiki di Montparnasse. Kiki restò in posa per tre ore, e quando infine andò a vedere il quadro, si rese conto che Utrillo aveva dipinto una casetta in campagna.

A complicare la vita di modelle e modelli, sul finire dell’Ottocento ci pensò la moda dell’ipnotismo, lanciata dal celebre psichiatra Jean-Martin Charcot. Su questa scia, giovani medici vennero impiegati nelle accademie per ipnotizzare i modelli per aiutarli a restare fermi per la posa, in questo modo rimanevano incoscienti e rigidi per il tempo richiesto. Il risveglio era però spesso burrascoso, con convulsioni e relative contusioni.

Alcune storie si concludevano in tragedia. Cécil Vidil detta Lucy, fu modella e amante di Jules Pascin, pittore diviso tra due donne; proprio la storia con Lucy sancì la fine dell’artista, quando nel 1930 lei decise di chiudere il rapporto. Pascin saldò i conti in sospeso e firmò il testamento che lasciava alle due donne tutti i propri averi, andò a bere qualcosa, tornato a casa si stese a terra e si tagliò le vene, lasciando scivolare il sangue in due bacinelle, poi si rialzò, scrisse su un armadio con il proprio sangue “addio Lucy”, e infine si impiccò.

In altri casi era la modella a farne le spese. Durante una permanenza in Marocco nel 1912, Matisse convinse la bella Zorah a farsi fare un ritratto. La ragazza pagò caro l’aver scoperto il proprio viso, le leggi coraniche spinsero la famiglia a buttarla fuori di casa. In un secondo viaggio, Matisse la cercò di nuovo e la trovò, ormai finita in un bordello; invece di rammaricarsi ne fu contento, perché finalmente poté ritrarla in piena libertà. Matisse tradiva spesso la moglie Amélie Parayre con le modelle, Amélie accettò persino la figlia che lui aveva avuto con la modella Caroline Joblaud. Infine però decise di lasciarlo.

Quanto a tragedie, Picasso ha lasciato strascichi persino dopo la morte avvenuta nel 1973: il figlio Paulo, avuto con la prima moglie Olga, si uccide nel 1975; nel 1977 si impicca Marie-Thérèse Walter, che era stata sua compagna e modella, Jacqueline Hutin, la sua ultima conquista, si uccide con un colpo di pistola nel 1986. Dora Maar, altra sua amante, che aveva dato segni di follia ed era finita in analisi, riceve un trattamento di elettroshock nella clinica di Lacan, che la spinge a convertirsi alla Chiesa cattolica romana. Quando Paul Éluard le chiese di sposarlo lei rifiutò dicendo: “Dopo Picasso, solo Dio.” Divenne oblata dell’ordine di Saint-Sulpice. Qualcosa del genere l’aveva già detto nell’Ottocento Julie Forestier, che era stata compagna di Ingres; quando le chiesero perché in seguito non si fosse mai sposata rispose: “Quando una ha avuto l’onore di essere fidanzata con Ingres, poi non si sposa.” Altri tempi, quando l’artista aveva ancora un potere e le donne ne subivano il fascino.

Che una modella fosse amante o moglie dell’artista, o lo diventasse in seguito, non è sempre stato accettato o dato per scontato, in passato questo cliché è stato di volta in volta stigmatizzato, nascosto o esaltato, ma fu legato al concetto di libertà sessuale solo quando la società concesse privilegi speciali all’artista, cioè dal Cinquecento in poi, quando divenne intellettuale e genio. In seguito il Romanticismo estremizzò questo assunto, e appiccicò l’etichetta di dissoluto e libertino alla figura dell’artista, che spesso se la lasciò attaccare molto volentieri.

Essendo diventata l’esuberanza sessuale uno dei talenti richiesti a un artista, non sarebbe poi così assurdo pensare che nell’Ottocento molti si siano dedicati all’arte attratti proprio da questo aspetto; così come oggi alcuni ragazzi si lasciano abbacinare dalle mitologie di basso conio forgiate dai mass media – e purtroppo anche dalla politica -, sognando ricchezza e intemperanze sessuali. Secondo gli storici Ernst Kris e Otto Kurz: “Ciò che nella letteratura del Rinascimento pareva un fatto isolato […] in seguito divenne un topos fisso della descrizione del pittore. […] Una notizia di Plinio ci consente di misurare la distanza che separa, su questo punto, l’età moderna dall’antichità. Riferisce dunque Plinio che il pittore Arellio aveva gettato il disonore sull’arte, perché, “innamorandosi egli di ogni donna e prendendo le sue amanti come modelle per le dee che raffigurava”, si poteva facilmente contare quante ne aveva. Quella che i romantici consideravano prerogativa dell’artista, nell’antichità era dunque ritenuta un’aberrazione.”

Per qualche strano motivo, questo luogo comune in parte resiste ancora oggi, e alcuni credono che l’artista faccia sesso con tutte le donne che ritrae, anche se ormai basta un’occhiata di troppo per essere accusati di molestie sessuali, e anche se ormai la figura dell’artista non affascina più, e non conserva neanche un atomo del rispetto che un tempo riscuoteva. Lo stesso vale per la modella: le cose sono cambiate da decenni, ma lo sciocco pregiudizio resta, e se una donna è disposta a posare per un artista molti pensano sia anche disposta a fare ben altro con lui; mentre se un artista chiede a una donna di fargli da modella, questa pensa che lui ci stia provando. E a dirla tutta, di solito non sbaglia.

 Andros

Prima parte
Seconda parte

Tratto dal libro “Storia dell’artista” (brano rielaborato), edizione ebook e cartacea 2014.

completa da pdf

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