L’arte del falso – 6 di 6

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Continua dalla quinta parte

Eric Hebborn veniva invece da una famiglia di modeste condizioni, il suo motto era: «Non esiste quella che viene chiamata falsificazione; esistono solo i falsi esperti e le loro false etichette
Imparò molto sui trucchi del mercato da Sir Antony Blunt, suo amico e amante. Blunt era un esperto, e supervisionava le collezioni d’arte della casa reale inglese; in seguito si scoprì che faceva spionaggio, ed era a Roma in qualità di contatto per un agente del KGB.

Hebborn Produsse circa un migliaio di falsi, e nel 1984, stufo dell’anonimato, indisse una conferenza stampa per confessare la propria attività di falsario. Affermò di non aver mai presentato come originali le proprie opere, erano stati gli esperti e i mercanti a farlo. Colse l’occasione per togliersi tutti i sassolini dalla scarpa, e sputò veleno sul mondo dell’arte e il suo mercato, in particolare sull’ignoranza e l’avidità degli intermediari, tutti facilmente ingannati dai suoi falsi. Scrisse anche un libro autobiografico, “Troppo bello per essere vero”, nel quale continuò a sparare a zero, sul mercato, sugli esperti e anche sull’arte contemporanea.

Secondo Hebborn: «Non è un crimine disegnare in qualsiasi stile si desideri, né chiedere a un esperto la sua opinione. “Però”, direte voi, “c’è il fatto di avere lucrato da quelle frodi.” La mia risposta è che non vedo perché avrei dovuto regalare i miei disegni; inoltre posso dire onestamente di non aver mai chiesto né ricevuto somme superiori a quelle che un artista della mia reputazione poteva pretendere per le sue opere. Chi ha veramente lucrato sono stati i mercanti d’arte e per questo non accetto di essere considerato un criminale. […] Partiamo dunque da qui: può un disegno o un dipinto essere falso? Potrà sembrare strano, ma la risposta è no. […] Un disegno è certamente un disegno, come una rosa è una rosa, e l’unica cosa che può avere di falso è l’etichetta, l’attribuzione. Quale sollievo questa verità dovrebbe portare al mondo dell’arte!»

Tutto questo fu una bufera per musei, collezionisti e mercanti, che sudarono freddo. Un’indagine successiva concluse che in giro per il mondo c’erano circa 500 falsi di Hebborn considerati originali; in seguito alcuni di questi sono stati identificati, ma molti altri non lo sono ancora oggi. Nessuno può avere la certezza che il disegno che sta osservano in un museo sia originale e non una copia di Hebborn, e lui stesso ha più volte affermato che i musei sono pieni di falsi, suoi e di altri falsari.
Scrisse anche un manuale del falsario, e pochi giorni dopo la sua pubblicazione, nel 1996, fu trovato con il cranio spaccato, agonizzante, in una strada di Roma.
Quella notte pioveva, e Hebborn fu preso per un barbone ubriaco, e trattato di conseguenza, solo molte ore dopo si accorsero della ferita alla testa, che infine lo condusse alla morte. L’episodio fu liquidato come un incidente, ma il dubbio che si sia trattato di omicidio non si è mai spento.

Jupp Jenniches, falsario improvvisato senza alcun talento, lavorava come guardiano per il museo di Colonia. Nel 1947 il museo ospitò una mostra intitolata “Da Nolde a Klee”, e Jenniches rimase colpito dai commenti dei visitatori, alcuni ammirati e altri convinti che anche un bambino avrebbe fatto meglio. A Jenniches venne un’idea: ricalcò su carta i contorni di alcune delle opere esposte, le trasferì poi su carta da disegno, le colorò e aggiunse le firme di Klee, Nolde e altri artisti. Fece dei falsi certificati di garanzia e offrì il tutto a un mercante dalla morale elastica che già aveva subito una condanna per ricettazione, dando il via a un fiorente commercio che gli permise di comprar casa. Quando Nolde stesso sbugiardò uno di questi falsi, la cosa finì in tribunale, ma benché riconosciuti colpevoli, nessuno dei due finì in galera. Pubblico e corte furono piuttosto divertiti dall’idea che una persona del tutto negata per il disegno e la pittura fosse riuscita a beffare il mondo dell’arte.

Nel 1976 il falsario Tom Keating rivelò di aver invaso il mercato con migliaia di imitazioni di opere del Seicento olandese, degli espressionisti tedeschi e di Constable, rincarando la dose asserendo di essere un pessimo falsario, e che solo un pazzo avrebbe potuto prendere per originali le sue imitazioni. Affermò anche di aver scritto sulle tele, prima di iniziare a dipingere: usando un pigmento al piombo rilevabile ai raggi X, aveva scritto il proprio nome, o la parola “falso” oppure delle parolacce. In effetti, Keating era un dilettante e le sue erano falsificazioni scadenti, eppure mercanti esperti, come quelli della Leger Gallery di Bond Street, avevano valutato i suoi dipinti come originali, vendendoli a prezzi elevati.

Chang Dai-chien è una figura singolare, considerato al tempo stesso uno dei più grandi artisti orientali e uno dei più grandi falsari del ventesimo secolo.
A suo dire, i suoi erano falsi realizzati non per lucro né per ripicca, ma solo per divertimento. Fu definito il “Picasso d’Oriente”, e persino Picasso era d’accordo.
Divenne ricchissimo, al punto che nessuno ha mai saputo con esattezza a quanto ammontasse il suo patrimonio, e visse nel lusso e negli sprechi, attorniato da una corte di servitori e numerose mogli.
Morì nel 1983, a ottantaquattro anni, dopo aver realizzato più di trentamila opere, tra originali e falsi, che ancora oggi non sono stati tutti scoperti.
È stato il primo artista cinese famoso anche in Europa e in America.

Chiudo questa breve carrellata con la famosa burla delle teste di Modì.
1984, centenario della nascita di Modigliani, il Comune di Livorno inizia a cercare nel Fosso Reale alcune sculture che l’artista avrebbe buttato perché deriso dagli amici del Caffè Bardi. Il 24 Luglio vengono ritrovate due teste, sotto l’occhio catodico delle televisioni. La notizia è esplosiva, e molti esperti si affrettano ad attribuirle a Modigliani, tra questi Vera Durbè, del museo Progressivo di arte moderna di Livorno, gli storici Enzo Carli, Carlo L. Ragghianti, Cesare Brandi e il celeberrimo Giulio C. Argan; anche lo scultore Pietro Cascella è convinto dell’autenticità. Il 10 agosto una terza testa emerge dal fosso. Il 4 settembre però, tre ragazzi livornesi, Pierfrancesco Ferrucci, Pietro Luridiana e Michele Ghelarducci rivelano di aver scolpito per scherzo una delle tre teste, con l’ausilio di un trapano. Alcune fotografie li mostrano durante la realizzazione dell’opera.
Non sono presi sul serio, ma il 10 settembre, in una diretta televisiva su Rai1, dimostrano di essere in grado di rifare la testa. Alcuni giorni dopo, si palesa anche l’autore delle altre due teste, è Angelo Froglia, un ragazzo che era stato studente all’Accademia di Belle Arti. Il suo intento era di mettere alla prova i critici e i media, e le loro possibilità di creare miti dal nulla. Sulle teste produsse anche un video presentato al Torino Film Festival del 1984.
Vera Durbè non accettò mai queste rivelazioni, e continuò a sostenere l’autenticità delle teste.

Andros

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