L’arte del falso – 4 di 6

Anche l'occhio vuole la sua ARTE - AndrosL’arte del falso – 4 di 6

Continua dalla terza parte

Han Van Meegeren, nato a Deventer nel 1889, è forse il più celebre falsario mai esistito. Chiuso di carattere, sin da piccolo sviluppò un interesse per il disegno e un’insofferenza nei confronti dell’autorità, fomentata anche dal padre, contrario ai suoi interessi artistici. Difatti, mentre la madre lo incoraggiava, il padre disprezzava la sua voglia di diventare artista, lo insultava chiamandolo “incapace” e “buono a nulla”, e gli strappava i disegni. Accettò comunque che studiasse architettura, perché secondo lui quella era perlomeno una “professione decente.”

Nonostante ciò, l’arte divenne la sua strada, e si fece le ossa con Bertus Korteling, un pittore tradizionalista che odiava l’arte d’avanguardia e che lavorava seguendo i metodi dei pittori del Cinquecento e del Seicento. Il giovane allievo apprese con entusiasmo quelle tecniche, così come imparò a disprezzare Van Gogh e Cézanne, a loro avviso colpevoli di aver dato il via alla degenerazione dell’arte. Erano i tempi della pittura astratta, di Mondian, del Dada, del De Stijl, e i suoi dipinti nella tradizione olandese risultavano superati, nei primi tempi riuscì comunque a venderli. Vedeva artisti tecnicamente meno dotati di lui diventare famosi nel mondo, e in lui montava la rabbia per i critici, che considerava prezzolati e incompetenti, e per gli artisti moderni, per lui altrettanto incompetenti.

Nel 1928 fondò una rivista, “Il gallo da combattimento”, dove pubblicò articoli al vetriolo contro l’arte moderna e contro Picasso, Matisse, Mondrian, Cézanne, Utrillo, Van Gogh e altri. Nel frattempo le vendite erano calate, e la vita mondana, a base di alcol, stupefacenti ed eccentricità condite da un carattere urticante, gli aveva consumato i risparmi e anche la forma fisica.
Decise allora di fare un colpo di testa, dipingere un quadro nello stile di un famoso artista antico, venderlo, e poi svelare l’inganno, dimostrando al mondo intero le proprie qualità e vendicandosi di chi lo aveva sottovalutato. Almeno, pare che in principio il piano fosse questo.
Fu così che nacque il falso Vermeer “Cena in Emmaus,” uno dei dipinti più famosi nella storia dei falsi. Non si trattava della copia di un quadro esistente, ma di un dipinto originale realizzato nello stile di Vermeer, che è il tipo di falso più insidioso e più temuto nel mondo dell’arte, perché non rifacendosi a qualcosa di già esistente ricalca l’originalità dell’arte stessa e rende più difficile il confronto.

Il più famoso critico ed esperto d’arte olandese, Abraham Bredius, acclamò il dipinto: «Quest’opera giovanile di Vermeer è un capolavoro.» Dalle analisi non emerse nulla che facesse pensare a un falso, i più importanti esperti e storici confermarono il giudizio di Bredius, come R. Schneider, L. Roell, H. Martin e T. Hannema, che si dilungarono in critiche zuccherose e osannanti. L’unico giudizio negativo fu di Johan Huizinga, il quale però mise in discussione solo la riuscita dell’opera nel narrare un episodio del Vangelo, non la qualità e men che meno l’autenticità.
La notizia del ritrovamento si diffuse e l’opera fu riprodotta sui giornali di tutto il mondo.
Fu acquistato nel 1938 e la prima esposizione del dipinto richiamò una vasta folla, era diventato celeberrimo in tempi rapidissimi. Una recensione della mostra affermò: «Nonostante la presenza di splendide opere di Rembrandt, Hals e Gruenewald, il Vermeer di recente riscoperta costituisce il nucleo spirituale della mostra

Van Meegeren fu talmente soddisfatto che non ci pensò proprio ad attribuirsi il dipinto, incassò il denaro e prese a sperperarlo come suo solito, bruciandolo in poco tempo. Divenne così falsario a tempo pieno, favorito dalle incertezze che la guerra causava, e che spingeva molti a investire in opere d’arte antica. Tra i clienti da lui beffati ci fu anche il nazista Goering; il quale però, ironia della sorte, almeno in un’occasione pagò con soldi falsi.
Nonostante i lauti guadagni, la vita di eccessi gli stava minando sempre più la salute, anche quella mentale, e dopo la fine della guerra, la polizia bussò alla sua porta perché, in quanto fornitore d’opere antiche olandesi per Goering, era accusato di collaborazionismo. In breve, confessò di aver dipinto quelle e altre opere, compresa la “Cena in Emmaus”, ma nessuno volle credergli. Per convincerli, dipinse in prigione un Vermeer che lasciò tutti attoniti; si organizzarono varie commissioni di studio e ben presto non vi furono più dubbi sull’autenticità delle sue affermazioni.

Il processo si chiuse con l’obbligo di risarcimento e con un anno di reclusione, ma la sua fama divenne mondiale, e se alcuni lo considerarono solo un truffatore altri lo dipinsero come un genio. Ci furono addirittura dei falsari che imitarono il falsario. La sua salute era ormai però del tutto compromessa, e nel 1947 un infarto lo stroncò. La “Cena in Emmaus” venne lasciata nel Bojmans Museum, ma spostata nel reparto della pittura contemporanea, proprio tra gli artisti che Van Meegeren odiava.
Al suo funerale presenziò una vasta folla, per Amsterdam era diventato una sorta di eroe nazionale: l’artista che aveva truffato i nazisti.
Le polemiche sul suo operato però non si conclusero con la morte, si spinsero fino agli anni Settanta, ci furono perizie e controperizie, e tanti non si arresero mai all’idea che quei dipinti fossero falsi.

To be continued…

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