Il senso dell’arte

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Il senso dell’arte

“Tutta l’arte è perfettamente inutile”,  scriveva Oscar Wilde. Questo è il concetto che molti pensatori hanno diffuso, come un virus. […]
L’essere umano ha bisogno dell’arte? No. Questo è probabilmente vero.
L’arte è utile alla vita. Ne ha bisogno come della procreazione, questa è la verità.
Ne ha bisogno per legarci a sé in maniera ancora più forte; per legare a sé anche chi non la ama, anche chi con l’arte crede di poterle sfuggire, anche chi non ha una funzione, anche chi non genera figli. […]
L’arte è uno degli stratagemmi più riusciti che la vita ha scovato per legare a sé chi avverte l’inutilità del proprio esistere.
Questo perché gli esseri umani nascono, ma poi muoiono. Tutta la nostra esistenza è soggiogata da una verità che in genere scopriamo tra i sei e i nove anni: siamo destinati a morire.
E in questo le donne, che per un attimo possono godere dell’illusione di immortalità mettendo al mondo la loro prole, non sono messe meglio, in quanto procreatrici di futuri cadaveri.
Una tragedia di proporzioni immani!
La vita che, per quanto strana, stiamo imparando a gestire e ad amare, un giorno finirà.
Non sappiamo quando. Non sappiamo come; quello che viene o non viene dopo è solo una chiacchiera da bar.
Come se non bastasse, diventa sempre più difficile trovare un posto per parcheggiare la macchina. Cosa può esserci di più fastidioso?
Siamo esseri senza senso e senza scopo, su un terra che conosciamo appena, in un universo che non potremo mai comprendere del tutto, destinati a spegnerci a caso, forse all’improvviso o forse in seguito a un lento stillicidio.
E dopo?

Altro che “complesso di Edipo”; quello che ci distrugge è il complesso di “e dopo?”
Se la vita, notoriamente più scaltra della volpe achea di omeriana memoria, non avesse approntato degli opportuni salvagente, con questa prospettiva davanti annegheremmo tutti nel giro di pochi anni; pazzi, catatonici o suicidi.
Procreazione, religioni, ideologie, amore, arte, persino la scienza…
Tutto fa comodo alla vita per tenerci a galla, per ingannarci e distrarci; perché per la vita è
fondamentale che ognuno di noi faccia parte del gioco: anche se, presi singolarmente, la nostra presenza e il nostro operato sono per lei del tutto ininfluenti.
Gli esseri umani vivono e accumulano esperienze alla rinfusa, non hanno bisogno di domande la cui risposta non sia già scritta da qualche parte; non cercano di capire cosa sia davvero la felicità, purché qualcuno gliene fornisca un’imitazione credibile.
Si aggrappano con tutte le forze alle regole, al buon senso e a una confusa nozione di normalità per sopportare l’esistenza, troppo complessa per non viverla sentendosi alla deriva.
Saziano la loro umana brama di eternità limitandosi a mettere al mondo dei figli e ogni volta che lo fanno si dicono: “Sono io che lo voglio.”
Intanto la vita, sorridendo con benevolenza, sentitamente ringrazia.

Sono funzionali a se stessi, alla vita e al genere al quale appartengono. Si applicano per adattarsi ai cambiamenti, capendoli o meno.
Studiano i nuovi dubbi che hanno soppiantato i vecchi assiomi, assumendoli passivamente come nuovi principi. Usano le loro lauree applicando e mettendo a frutto i passi avanti compiuti da altre menti, magari meno titolate.
Portano avanti una parvenza di società in grado di perpetuare la grande illusione di democrazia, così falsa, eppure utile per non passare dal triste al tragico.
Mettono su famiglia, spesso anche più di una, cercando di dare una strada ai figli, molti dei quali, con un po’ di sfortuna, saranno gli esseri umani procreanti di domani.
E la cosa più sublime è che fanno tutto questo senza rendersene conto. Come lo faranno i loro figli, convinti di fare tutt’altro. Lo faranno i figli dei loro figli, certi di essere degli innovatori. Semplicemente esistendo.

Gli esseri umani, quindi, non hanno fatto altro che dare dei nomi carini a un loro bisogno primario.
Noi chiamiamo “arte” il patetico tentativo di dare un senso alle nostre esistenze.
L’arte è la voce della nostra paura della morte. Senza lo spettro della morte, niente potrebbe
essere definito arte. Ancora una volta, l’arte si dimostra essere una distrazione; confermando la pigrizia del tempo, che finge di cambiare le cose per poi lasciarle inalterate. […]
Creare illudendosi di dare un senso a tutto; di allontanare la morte, di assicurare una parte di sé all’immortalità, di allontanarsi dal nulla che è già addosso a noi, dentro di noi, come una
ferita mortale, e che, con la distrazione che abbiamo chiamato arte, riusciamo a far dolere meno; nell’attesa che il dissanguamento si compia. Arte come forma di lenta e rateizzata eutanasia.
L’artista conosce la verità, ma non può fare a meno di prestarsi al gioco, perché senza arte la vita fa troppo male.

Il senso dell’arte è quindi inesistente come quello della vita. Il senso dell’arte è il senso della vita.
Eppure, è proprio questa la nostra fortuna, artisti o no: vivere una vita che non ha senso e che quindi ci permette di cercarne uno della nostra misura, che non sia universale, precotto, già scritto, ma che sia nostro. Il nostro senso della vita. Cercarlo è inevitabile. Trovarlo, è possibile?

Andros

Brano tratto dal libro “Il fuoco dell’arte”, 2006

il fuoco dell'arte

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