Il principio dell’iceberg

Il filo del discorso - Andros

Il filo del discorso – Andros

Il principio dell’iceberg

[…] All’alba del ventunesimo secolo l’omicidio si è compiuto, l’artista è ormai morto.
A ben vedere però, a morire non è stata la figura dell’artista, che al contrario è viva come non mai: a essere ucciso è stato un particolare aspetto della sua natura. Per chiarire questo concetto devo introdurre una fondamentale distinzione, e lo farò utilizzando il principio dell’iceberg.
Si parla di “principio dell’iceberg”, quando di una data situazione o fenomeno solo una piccola percentuale delle informazioni è visibile, mentre il grosso dei dati, che consentono una visione più ampia e corretta, è nascosto o non disponibile. Il principio si riferisce al fatto che di un iceberg solo un decimo della massa è visibile, mentre i restanti nove decimi restano nascosti sott’acqua: è proprio quello che accade con gli artisti contemporanei.

Per giudicare l’arte contemporanea non ci si può fermare al “sistema” e ai pochi artisti famosi, che rappresentano la punta dell’iceberg; immerso nell’oceano c’è un’enorme quantità di artisti – incapaci, mediocri, bravi ed eccezionali – che tirano avanti con poche soddisfazioni, spendendo tempo, soldi e lavoro in un’attività che nella migliore delle ipotesi non restituirà loro che pochi spiccioli e qualche briciola di fugace notorietà. […]
Quando si parla di artisti contemporanei, si fa sempre riferimento al top, alla élite, ai pochi che arrivano all’apice, esposti nei musei e battuti alle aste. Di solito lo si fa per criticare il sistema dell’arte, ma di fatto, tenendo conto solo di questa élite, non si fa altro che avallare ancora di più il sistema e l’élite che lo alimenta, e confermare il suo immenso potere. […]

Non si può continuare a parlare di arte guardando solo la punta dell’iceberg. Al disotto della punta, l’iceberg dell’arte contemporanea rappresenta un intero continente, forse occupa ben più del 90% dell’arte che si produce nel mondo; in quantità, e spesso anche in qualità.
Tutti guardano chi è in vetta, per lo più invidiandolo se non odiandolo – e odiando di riflesso gli artisti viventi tout court -, ma pochi si rendono conto che sotto quella vetta ci sono migliaia, milioni di artisti, che ogni giorno devono convivere con una fastidiosa verità: a essere in vetta non sono loro, ma qualcun altro.

Dietro un King che vende milioni di copie, ci sono milioni di scrittori che non ne vendono nemmeno una; dietro una Madonna che vende milioni di cd ci sono milioni di cantanti con l’acqua alla gola; dietro una Beecroft che vende a peso d’oro la foto di una performance, ci sono milioni di artisti che non riescono a vendere neanche a peso di sterco.
Secondo una statistica molto citata, lo stipendio annuale di una guardia museale americana o inglese sarebbe maggiore dei guadagni di un artista professionista di medio livello; ma è probabile che anche un operatore di call center guadagni in media più di un artista.

Alla domanda: la figura dell’artista è morta? La mia risposta è: sì e no. Se per artista intendiamo colui che fa arte, che si dedica a una qualsiasi attività artistica, allora non solo non è morta ma è addirittura una figura diffusa come mai prima d’ora. Se invece per artista intendiamo una figura autorevole, un intellettuale in grado di incidere nella società, di esprimere le proprie idee e diffonderle, di fare arte viva, cioè in grado di generare attività culturale, portatrice di valori che non siano solo monetari, allora sì, è in avanzato stato di decomposizione.
A essere ucciso non è stato l’artista in sé, ma ciò che lo rendeva efficace. L’artista che opera nella punta dell’iceberg è ridotto a un titolo azionario, che non ha un valore in sé, ma ne ha solo se è in rialzo; mentre quello che vive nel resto dell’iceberg è immerso in un oceano di indifferenza, è delegittimato, non è neanche considerato artista: entrambi non hanno alcuna speranza che la loro arte possa avere un senso.

Questo, più di ogni altra cosa, può far pensare che l’arte sia ormai del tutto inutile, perché le sottrae la spinta primaria che le ha permesso di esistere: creare senso. L’arte, nata per dare un senso a una vita che senso non ha, è diventata la massima espressione di questa assenza di senso.
Avevano torto i pensatori che, dall’antica Grecia in poi, hanno affermato che l’arte fosse contraria alla vita. La vita ha bisogno dell’arte come ne ha della procreazione. Le serve per legarci a sé; per legare a sé anche chi non ama la vita, anche chi con l’arte crede di poterle sfuggire, anche chi non genera figli. L’arte è uno degli stratagemmi più riusciti che la vita ha scovato per legare a sé chi avverte l’inutilità della propria esistenza; fornendo un surrogato di scopo, una finzione di senso.
È l’illusione di mettere ordine, di dare spiegazioni, di porre distanza tra noi e la morte, trovando soluzioni immaginarie al nulla che è già dentro di noi, come una ferita mortale, e che, con la distrazione che abbiamo chiamato arte, riusciamo a far dolere meno, nell’attesa che il dissanguamento si compia. L’arte è anche una forma lenta, rateizzata, di eutanasia.

Anche se l’artista conosce la verità, non può fare a meno di prestarsi al gioco, perché senza arte la vita fa troppo male. Quando però all’arte viene sottratta la possibilità di creare senso, anche questa illusione viene meno, e artista e fruitore sono costretti ad affrontare l’oceano della vita senza salvagente, a sopportare la ferita senza anestesia, e quello che serviva per soffrire meno diventa per l’artista un’ulteriore causa di dolore. […]

Andros

Tratto dal libro “Storia dell’artista”, edizione ebook e cartacea 2014.

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2 Responses to Il principio dell’iceberg

  1. helios2012 says:

    Sacrosantamente vero!

  2. Pingback: Il principio dell’iceberg – Fogli Consanguinei

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