Il mercato della fama – Seconda parte

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Continua dalla prima parte

È chiaro che noi consideriamo i rivalutati – come Vermeer, El Greco, Arcimboldo, Caravaggio, ecc. – come dei grandi artisti ingiustamente dimenticati e poi riscoperti, ma se nessuno li avesse riscoperti per noi sarebbero degli ignoti o degli artisti di secondo piano come le migliaia di altri di cui nessuno ricorda il nome: e che potrebbero però essere ripescati in qualunque momento.
Senza nulla togliere alla storia dell’arte e a chi l’ha scritta, credo che se la riscrivessimo usando solo gli artisti ignorati ci troveremmo tra le mani una storia altrettanto ricca e coinvolgente.

Quando si accusa l’arte contemporanea di essere autoreferenziale bisogna ricordare che anche l’arte del passato la viviamo in modo autoreferenziale: i grandi sono grandi perché li consideriamo tali.
Quello che inoltre sfugge ai più è che in quasi tutte le riscoperte, i rilanci e le rivalutazioni, c’è lo zampino del mercato. Talvolta il legame è strettissimo, come lo fu nel caso del critico e storico Berenson, a lungo stipendiato dal mercante Duveen, con tutte le ambiguità e i conflitti etici che ne conseguirono. Dietro un esperto che rivaluta c’è un mercante che suggerisce – per convinzione o per gusti personali, ma anche e soprattutto perché ha i depositi pieni di opere del rivalutato.

Ho già citato Duveen e Wildenstein, che hanno ripescato Fragonard e Watteau, e Durand-Ruel che ha supportato gli impressionisti, ma gli esempi sono infiniti e arrivano fino ai giorni nostri.
Come il grande rilancio di Warhol – che negli ultimi decenni è diventato una presenza fissa (direi ossessiva) nel mercato delle “grandi mostre” – opera del collezionista-mercante Charles Saatchi, che prima di lanciare la young british art si occupava di artisti americani. Negli anni Ottanta invece ci fu il rilancio mondiale di Schiele, grazie agli sforzi del mercante Serge Sabarsky, che con una serie di mostre riuscì a farne impennare le quotazioni. Sabarsky ne trasse un gran beneficio, avendo in precedenza acquistato opere di Schiele.
Sono cose da tenere presente, ogni volta che si compra il biglietto per vedere una mostra.

Per quanto riguarda gli artisti viventi, l’unica cosa che sembra prevalere è il prezzo delle opere – anch’esso soggetto a subitanee fluttuazioni –, che è per gli artisti al tempo stesso unico metro di giudizio e infamante pregiudizio.
Per l’artista non c’è scampo perché il pregiudizio opera sia quando il prezzo è basso sia quando è alto: nel filisteismo imperante se le opere costano poco vuol dire che l’artista vale poco, che è un cialtrone che si improvvisa artista; se invece costano tanto vuol dire che non è un artista ma un approfittatore, un servo del sistema, uno che si arricchisce con l’arte infangandone la purezza.
Eppure, persino un mercante come Daniel Wildenstein sapeva bene che: “Non è che se un artista non vale molto denaro, ciò significhi che non sa dipingere.”
Anche un artista celebre come Hirst è consapevole di questa verità: “Ci sono artisti fantastici che muoiono tutti i giorni senza diventare famosi. La classe diventa sempre più grande, tutto qui.”
Che poi un artista ricco e famoso debba sempre subire attacchi, è un altro residuo tossico del Romanticismo, che vuole che l’artista sia l’unico puro in tutta la filiera dell’arte.

In definitiva, la fama degli artisti e il loro eventuale ripescaggio dal dimenticatoio dipendono dai gusti e dagli interessi economici di questo o quel mercante, di questo o quel collezionista.
Alcuni sono convinti che alla fine il merito venga sempre riconosciuto, come lo era il critico Robert Hughes, che scrisse: “Nella storia dell’arte, in ogni epoca, ci sono state glorie immeritate e artisti ignorati a torto. Ma sono fenomeni temporanei; a lungo andare le ingiustizie, generalmente, vengono sanate.”
È facile pensare che le riabilitazioni sanino i torti, e sentirsi quindi a posto con la coscienza, ma gli artisti sono esseri in carne e ossa, le opere possono essere rivalutate anche millenni dopo, ma l’artista non ha che qualche decennio a disposizione, e in genere preferirebbe viverli facendo la propria arte senza tanti bastoni tra le ruote, perché una volta finiti gli anni da vivere non ci sono altre possibilità.
Inoltre, fa quasi tenerezza che un critico così disincantato possa aver coccolato una convinzione così naïf; l’idea che il tempo sia un gentiluomo è confortante, ma dà un falso senso di armonia ed equilibrio. Aiuta a pensare che il “bene” vinca sempre, è confortante e conveniente. Così come a nessun vincitore conviene credere al caso e a nessun perdente conviene credere al talento.

È ingenuo pensare che il tempo e la storia facciano giustizia: non c’è alcuna possibilità di giustizia, sia perché certe verità sono labili come un punto di vista, sia perché una riparazione post mortem non fa giustizia e sia perché qualsiasi piega la storia dell’arte decida di prendere, la prenderà comunque a favore degli interessi di alcuni, non certo a favore di un fiabesco ideale di giustizia o di meritocrazia.
È questo uno degli aspetti più amari dell’arte, quindi della vita.

Andros

Tratto dal libro “Storia dell’artista”, edizione ebook e cartacea 2014.

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3 Responses to Il mercato della fama – Seconda parte

  1. helios2012 says:

    E quindi…? 🙂

    Ai posteri l’ardua sentenza 😉

    • Andros says:

      Quindi mi tengo alla larga da alcune mostre, soprattutto se sono a pagamento. 😀
      Le sentenze ci sono state ieri, ci sono oggi e ci saranno domani, ma non sono mai definitive, prima o dopo le regole del gioco cambiano e le sentenze si adeguano. Anche nell’arte c’è un continuo sgomitare di forze e di interessi, di sistemi che si avvicendano nei luoghi del potere, che cercano di prosperare e di imporsi. Se lo guardi come si guarda un documentario sulla vita sessuale degli ornitorinchi, in fondo è uno spettacolo. Noioso, ma pur sempre spettacolo.

  2. helios2012 says:

    🙂 :):)

    In effetti….

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