Gli 8 peggiori galleristi – Seconda parte

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Numero 4: Il disonesto

Inutile dirlo, è tra i più diffusi. Il gallerista disonesto è difficile da inquadrare in pochi tratti o in pochi atteggiamenti, perché riesce a esprimere il proprio dubbio talento nei modi più fantasiosi, aggiornandosi di continuo e inventando nuove fregature dal giorno alla notte. Si va dal far sparire le opere trovando qualsiasi scusa per non pagarle, all’alzare il prezzo di vendita concordato con l’artista – senza avvertirlo e senza poi pagargli il dovuto -, passando per l’elusione del “diritto di seguito” e per le clausole dei contratti, che spesso riservano più di una sorpresa. Proprio per l’eclettismo che dimostra, non esiste un modo sicuro per difendersi da questo tipo di gallerista – che tenta di raggirare non solo l’artista, ma anche il collezionista -, se non tenere sempre gli occhi spalancati e non volgere mai le spalle.

Numero 3: Il fruttivendolo

Qui saliamo sul podio. Forse molti preferirebbero vedere sul podio l’affittacamere, ma talvolta capita che egli sia animato da vera passione per l’arte, il che è molto più di quanto si possa dire del fruttivendolo.
Il fruttivendolo è il più esperto di tutti, purtroppo però non di arte ma di commercio. Per qualche motivo vende arte, ma potrebbe vendere scarpe, armadi, vibratori o frutta e verdura: per lui o lei non farebbe alcuna differenza. Il suo motto è: “Non importa ciò che fai, purché sia vendibile.”
Di arte conosce solo lo stretto necessario, giusto per saperne un pizzico in più del collezionista; perché se dovesse mostrare di saperne meno sarebbe spacciato, non riuscirebbe più a vendergli nulla.
Da buon arrogante militante, è più che fiero di ciò che è, quindi è tra tutti quello più riconoscibile, perché non fa mistero della propria filosofia di vita improntata alla valuta corrente. Qualcuno potrebbe pensare che un gallerista del genere sia una pacchia per l’artista, perché in grado di vendere qualsiasi cosa, ma è proprio il contrario: sceglie solo artisti facilmente smerciabili. Per cui no agli esordienti, no alle opere “difficili”, no agli sperimentalismi, no ai temi sconvenienti, soprattutto no ad artisti che non abbiano già un curriculum di tutto rispetto o che non abbiano perlomeno vinto un premio considerato di prestigio da un circoletto di collezionisti di fascia media, più ignari del gallerista.
Se in un negozio gli articoli che non si vendono devono lasciare spazio ad articoli più richiesti – anche se di qualità inferiore –, nella galleria del fruttivendolo ciò che non è richiesto non mette neanche piede.

Numero 2: Lo schiavista

Un tempo questa era una figura molto diffusa, e si narra di alcuni galleristi leggendari che avrebbero tenuto segregati nei seminterrati artisti indigenti, per farli produrre a getto continuo. Su un paio di galleristi milanesi questa leggenda aleggia ancora, con tanto di aneddoti tra il tragico e il comico.
Folklore a parte, in passato è successo davvero, e anche con una certa frequenza, che gli artisti vivessero in cattività, e già il Seicento fornisce casi esemplari, come quello di Elias van der Broek, che firmò un contratto capestro con il mercante Bartholomeus Floquet. L’artista doveva essere tutti i giorni a disposizione del mercante, e dipingere qualsiasi cosa gli venisse chiesta. Se il pittore si fosse assentato anche un solo giorno, oppure se si fosse sposato, sarebbe stato costretto a pagare “danni e interessi.”
I sistemi però si sono affinati, e a ben vedere oggi “schiavitù” si può scrivere in tanti modi. Alcuni galleristi di rilievo internazionale utilizzano una forma di servaggio molto più efficace: i soldi.
Un esempio lo dà la gallerista Mary Boone, che ammette senza remore di usare gli anticipi come strategia commerciale, per abituare gli artisti a un tenore di vita alto e spingerli quindi a lavorare di più per mantenerlo. Ecco le sue profonde parole: “Fai in modo che un artista compri case costose e abbia fidanzate costose e mogli costose. Ecco cosa li motiva davvero.”
Qualcuno direbbe che tra le due schiavitù questa sia perlomeno più gradevole, ma non ne sarei così certo. Fare il coatto dell’arte per mantenere i vizi di una stronzetta innamorata dei soldi non mi sembra una gran prospettiva. Non dico che debba essere “due cuori e una capanna”, ma neanche “due cuori e una caparra.”

Numero 1: Il gallerista di brand

Per alcuni suonerà assurdo mentre per altri persino banale, ma al primo posto tra i peggiori galleristi esistenti metterei quello di brand.
Per galleristi di brand si intendono quelli della fascia più alta, d’élite, che gestiscono gallerie di primo piano, come White Cube e Gagosian.
Tutto nel loro mondo è brand: lo sono i luoghi in cui hanno sede le gallerie – come New York e Londra; lo sono gli artisti che trattano – come Hirst o Murakami; lo sono le case d’asta con le quali lavorano – come Sotheby’s e Christie’s; lo sono i loro clienti collezionisti – come Saatchi, Ludwig o Pinault; e lo sono i curatori loro sodali – come Rudi Fushs, Hans-Ulrich Obrist o Nicolas Bourriaud.
Per loro l’arte non è che uno dei tanti volti dell’alta finanza: i galleristi di brand non si rivolgono ad appassionati, ma a investitori, non vendono opere, ma stock option.
Vivono in un circolo chiuso, vizioso e viziato, in una promiscuità incestuosa in cui il collezionista è anche mercante, il curatore è anche artista, l’artista è anche esperto di marketing, il gallerista è anche pubblicitario e tutti insieme, allegramente brandizzati, copulano tra loro mettendo al mondo l’arte che conta. L’arte d’élite, di brand, è in fondo arte collettiva: non è fatta da artisti, ma da associazioni (a delinquere?)
Grazie a tutti loro un giorno non lontano gli artisti diverranno aziende a tutti gli effetti, come è accaduto a Walt Disney: lui è morto da tempo ma il suo nome continua a essere un’impresa. Del resto, avviene già con gli stilisti. Così ci sarà la Hirst Enterprise, la Ai Weiwei Ltd, la Anselm Kiefer Incorporated. Si potrebbero anche ripescare nomi noti dal passato, per andare sul sicuro, quindi la Picasso S.p.a., la Michelangelo & Co., la Giotto Corporation, e così via.
Certo, anche in passato sono accadute cose simili: Raffaello mise in piedi la prima vera e propria fabbrica di pittura, e poi lo fecero anche Rubens, van Dyck e tanti altri, ma a ben vedere le differenze sono tante. Per esempio, quelle industrie erano gestite da artisti, non da finanzieri, e producevano opere d’arte, non azioni di Borsa.
La buona notizia è che le vere gallerie di brand sono pochissime, una ventina in tutto il mondo, quella cattiva è che sono più che sufficienti per danneggiare l’arte dell’intero pianeta.

Andros

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7 Responses to Gli 8 peggiori galleristi – Seconda parte

  1. Il gallerista è come il pellerossa, sta buono solo da morto.

  2. Con grande sprezzo del pericolo, se ancora non l’hai fatto, scrivi qualcosa sugli n peggiori compratori (occasionali, collezionisti, mecenati, ecc.)

  3. Avrei prima da dirne un paio su altre categorie, per esempio i critici/curatori. Comunque si può fare, anche se mi sembrerebbe di sparare sulla Croce Rossa. Tolti gli investitori, restano ben pochi compratori, bisognerebbe chiuderli in una riserva per proteggerli.

  4. Sì, che se no nella riserva ce li mettono galleristi e critici, ma però di caccia e per spennarli.

  5. helios2012 says:

    Purtroppo manca la figura del gallerista che, se pur commerciante (mai visto qualcuno che non lo sia) abbia almeno un minimo di sensibilità per l’arte e di onestà intellettuale da consigliare altri contatti ad un artista che magari fa un tipo di ricerca non commerciale o differente e non adatta ai collezionisti della galleria.

    Voglio dire che se il gallerista amasse l’arte in toto, lo segnalerebbe anche altrove.
    Se gli si presentasse un tipo genialoide anche se non tratta le opere che sponsorizza il gallerista, si darebbe da fare per segnalarlo alle sue conoscenze se si è veramente amante dell’arte.

    Il problema è che sono tutti solamente ‘commercianti’….Francamente i curriculum non servono a nulla, solo per far ‘fumo’. Tempo fa con una sola opera e modesta cifra si poteva fare il ‘ giro del mondo ’…

    Ho conosciuto anni fa un tizio che davvero un cervello l’aveva e che lavorava per una galleria che tanto sconosciuta non doveva essere se poteva mantenere una persona che valutasse nuovi talenti…..Ebbene, mi raccontava quanto fosse ‘penoso e triste’ osservare come questi artisti creativi all’inizio, diventassero ‘catena di montaggio dopo anni.

    Talmente ‘pompati’ da non capire che non producevano nulla di nuovo e la ‘ricerca’ era una parola sconosciuta ormai….

    Per non parlare poi dei ‘fondi di magazzino’ opere comperate ad un prezzo minimo dallo stesso gallerista all’artista che tratta ….per poi rivenderle ad tutt’altro prezzo in tempi diversi.
    E ce se sarebbe ancora da dire….Meglio fermarsi qui Occhiolino

    • Andros says:

      È vero, ce ne sarebbero tante da dire. Per fortuna non c’è solo questo aspetto, c’è molto altro e molto più alto. Nonostante tutto per me l’arte continua a essere un’oasi nel deserto, o forse un miraggio di oasi.

  6. helios2012 says:

    o forse una fortuna per noi stessi perché la vediamo sotto un altro aspetto anche di necessità propria (almeno per me è così)

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