Gli 8 peggiori galleristi – Prima parte

androsofia, andros art,contemporary art website,art painting sculpture sito d'arte blog,art news aphorismsGli 8 peggiori galleristi

Prima di tutto, perché otto e non dieci? Perché dai dieci comandamenti in poi tutti fanno liste di dieci – forse perché fa stare da Dio -, volevo quindi provare altri numeri.
Potrei fare liste da 16, da 5 o da 31, questa invece è da 8, le otto peggiori tipologie di gallerista nelle quali un artista può imbattersi; a mio insindacabile giudizio.
Questo non vuol dire affatto che io ce l’abbia con i galleristi, difatti avrei potuto senza problemi stilare un elenco dei migliori, ma sarebbe stato brevissimo.
Scherzi a parte, il gallerista è solo una delle tante rotelle del famigerato “sistema dell’arte” – abusata definizione introdotta dal critico Lawrence Alloway nel 1972 -, accanirsi su di lui sarebbe ingiusto, oltre che inutile. Dopotutto non è che un negoziante, e basterebbe non chiamarla galleria, ma negozio d’arte, per dissipare i fraintendimenti. Così come se invece di continuarle a chiamare librerie le chiamassimo negozi di libri, tante sciocche fantasie pseudoculturali verrebbero a cadere.
Per cui, questa lista va presa per quello che è: un gioco, quindi una cosa molto seria.
Le varie categorie elencate non sono compartimenti stagni, possono esserci degli incroci: un “disonesto” può essere anche “per procura”, un “affittacamere” può essere anche “subdolo” o “casalinga disperata”, uno “schiavista” può essere “di brand” e così via. Il che aumenta la loro perniciosità; mai una buona notizia.
La lista va dall’ottava posizione fino alla prima, in un crescendo di abiezione; anch’esso a mio insindacabile giudizio.
Se qualcuno dovesse sentirsi offeso ne sarei dispiaciuto, ma non potrei farmene un cruccio, perché è una legge della vita: non sempre c’è qualcuno che intende offendere, ma c’è sempre qualcuno che si offende.

Numero 8: L’artista per procura

È un’antica figura mitologica, metà negoziante e metà idealista. Pensa che la sua sia un’attività culturale, ma non perde mai d’occhio il portafoglio. Di solito approda alla galleria da strade del tutto diverse, seguendo percorsi contorti, impastati di politica e progetti finiti male; spesso la galleria non è la sua fonte di reddito principale. Parla, si veste e si comporta da intellettuale impegnato, pur non essendo nessuna delle due cose: a volte una folta barba lo aiuta a immedesimarsi. Quando osserva le opere assume a lungo un’espressione intensa e pensosa, e nel suo sguardo sembra di intravvedere il flusso di pensieri che si inseguono, in un’elaborata decodifica dell’opera; in realtà sta cercando di ricordare dove ha lasciato l’iPhone.
Spesso è logorroico, alle inaugurazioni si esibisce in istrioniche esegesi delle opere esposte, farcisce le critiche di citazioni celebri – tutte sbagliate -, e ci tiene a sottolineare con aria annoiata che “questo è già visto”, “questo lo ha già fatto Pinco” o che “quest’altro lo ha già fatto Pallino”; salvo poi dire con improvvisa saggezza che, in fondo, “nell’arte non ci può essere nulla di nuovo.”
Buongusto” è la sua parola d’ordine – neanche fosse un pasticciere –, e per lui la scelta degli artisti è una questione filosofica, anzi, è una forma di creazione; in definitiva, è convinto di essere più artista degli artisti, ma purtroppo o per fortuna resta un gallerista.

Numero 7: La casalinga disperata

Figlia di un ricco imprenditore o moglie di un affermato professionista – o magari entrambe le cose – la gallerista casalinga giunge all’arte grazie a una chiamata: quella della noia.
La sua è la vocazione della depressione, la passione della novità del momento, ma non per questo non si impegna, anzi, spesso lo fa con ardore, nonostante le difficoltà dovute al fatto che non ha la minima idea di cosa stia facendo. Lei sta all’arte come un bradipo sta alle gare di corsa, ma nel suo ingenuo entusiasmo non mancano delle note positive; per esempio, è sprovvista della marpionaggine tipica del gallerista navigato. Se lo può permettere, tanto i suoi fallimenti li paga qualcun altro. Grazie agli agganci giusti, può fare la fortuna di un artista, oppure rovinarlo a vita con mosse avventate e scelte suicide.
Questa figura ha delle antenate illustri, per esempio Peggy Guggenheim, stacanovista dell’arte – e degli artisti -, oppure le cosiddette “ardite Signore” che diedero vita al Moma nel 1929. Difatti, il progetto del Moma fu sviluppato dalla moglie di John D. Rockefeller jr., Abby Aldrich, e da due sue amiche: Lillie Plummer Bliss, figlia del ricco mercante tessile Cornelius Newton Bliss, e Mary Quinn Sullivan, moglie di un famoso avvocato, Cornelius J. Sullivan.
Gli ingenti capitali di famiglia resero meno penosa la loro noia e più facile la scalata delle avanguardie. Ovviamente c’erano anche ben altri e corposi motivi dietro la nascita del Moma, ma questa è un’altra storia.

Numero 6: Il subdolo

La sua filosofia è “dividi et impera.” Questo tipo di mercante di solito si mostra benevolo con i propri artisti, non tanto da montar loro la testa e non così poco da convincerli di non essere apprezzati a sufficienza: li elogia quel tanto che basta per rendersi gradevole e rassicurante, e per fingersi dalla loro parte. Li riempie di frasi come “dobbiamo fare gruppo”, ma nel frattempo lavora per mantenere la debita distanza tra gli artisti della propria scuderia. All’artista w parlerà male degli artisti x, y e z; con l’artista x parlerà male degli artisti w, y, e z, e così via, e a tutti loro parlerà male di chiunque lavori nel settore. Risultato: gli artisti che cadranno nel tranello si disprezzeranno a vicenda, e si fideranno solo delle parole del gallerista, lasciandosi infinocchiare in tutti i modi possibili; talvolta anche in quelli impossibili.

Numero 5: L’affittacamere

È il gallerista che affitta gli spazi, la tipologia più diffusa. Le gallerie a pagamento esistono sin da quando si sono diffuse le gallerie private, quindi sin dal Settecento – e in un certo senso hanno affiancato gli artisti nella loro lotta per liberarsi dalle pastoie dell’accademismo -, ma fino a una quindicina di anni fa la loro esistenza era ancora poco nota, oggi invece, soprattutto grazie a internet, è una cosa risaputa anche tra i non addetti ai lavori. In America le chiamano “vanity galleries”, perché si limitano a soddisfare la vanità dell’artista, senza essere di reale aiuto al suo percorso. Detto in breve per i pochi che non lo sanno, l’artista paga il gallerista per esporre, il quale in questo modo ha già guadagnato quanto gli serve e non ha quindi alcun interesse a vendere le opere esposte. Per cui non fa pubblicità, non manda inviti oppure li manda a caso perché non ha una seria mailing list di collezionisti e professionisti. Alcuni di loro si vantano persino di non prendere alcuna commissione sul venduto – che di solito è il 50% del prezzo dell’opera, ma può oscillare tra il 30 e il 70% -, questo perché sanno benissimo che non ci sarà mai alcuna vendita. È il corrispettivo artistico di ciò che sono le case editrici a pagamento per la letteratura: identico concetto, strategie simili, risultati pessimi.
Questo non vuol dire che gli affittacamere siano sempre un male, ci sono momenti e casi nei quali anche loro svolgono una funzione necessaria, inoltre ci sono infinite sfumature. A volte bisogna pagare con le opere o persino svolgendo altri lavori – magari curando la grafica della galleria, oppure facendo l’assistente di sala. In alcuni casi sono galleristi ben inseriti che a fronte di un esoso esborso sono davvero in grado di garantire un buon inizio di carriera. Queste e altre sono le strade percorribili, per chi ama vincere facilmente o con le carte truccate. In generale però direi che siano quasi sempre un male; il che è sufficiente per tenersi a debita distanza.

Andros

Continua nella seconda parte

Save

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmailby feather
Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

Leave some words

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.