Gilde e botteghe

Gilde e botteghe

 

Andros - bottega[… ] Le corporazioni delle Arti, chiamate anche gilde o solo Arti, nacquero intorno al XII secolo, quando le città assunsero grande importanza; erano divise in arti maggiori, cui appartenevano mercanti e banchieri, e arti minori, cui appartenevano commercianti, artigiani e artisti.
Gli artisti si riunirono in questa sorta di sindacato per tutelare i propri diritti e il proprio lavoro, per esempio difendendosi dalla concorrenza degli artisti stranieri, che erano ostacolati con forza; solo quelli più famosi riuscivano a superare questo sbarramento e a lavorare in libertà di città in città.

 

Le gilde devolvevano parte delle loro risorse alla costruzione di chiese, cappelle e di sedi di corporazioni, incrementando così la richiesta di opere d’arte. Erano associazioni di botteghe, dove i maestri al vertice prendevano tutte le decisioni, stabilendo anche i criteri per gli avanzamenti di carriera.
Nella bottega i giovani erano apprendisti, garzoni e aiuti occasionali, per diventare poi lavoranti salariati. A volte vivevano nella casa del maestro e ricevevano come compenso il mantenimento. Nel 1200 le arti e i mestieri erano un centinaio, ed erano divise in sette categorie: alimentari, gioielleria, metalli, tessitura e commercio di stoffe, pellicceria ed edilizia.

 

Chi era a capo di una delle gilde rivendicava un’autorità simile a quella degli abati dei monasteri. L’armonia dei monasteri era ormai lontana e le città non erano ordinate né ben protette dalla violenza che dilagava, persino nelle botteghe. Erano in effetti tempi alquanto violenti, nella Parigi di quegli anni i bambini di sette anni giravano già armati di pugnale, per difendersi dai ladri e dai rapitori, ed era cosa comune – e lo è stato fino al diciassettesimo secolo – che le donne fossero stuprate da bande di vagabondi. Il maestro doveva quindi avere un forte ascendente, una grande autorevolezza, se voleva mantenere l’ordine.

 

Le corporazioni difendevano gli iscritti proteggendoli dalla concorrenza proveniente da altre città, ma anche dalla concorrenza di professionisti della stessa città non legati alla corporazione, oppure impedendo che qualcuno si occupasse di fare lavori in un campo che non gli appartenesse.
In principio gestite in modo democratico, diventarono ben presto un monopolio protezionista, oppressivo e intollerante, impegnato ad abolire la libera concorrenza e a difendere sempre i produttori e mai i consumatori, come invece si tentava di far credere. Inoltre si intromettevano nell’operato degli artisti, per esempio proibivano l’uso di pigmenti pregiati per scopi ritenuti volgari, come dipingere i carretti, e questo era anche un modo per definire lo status sociale di un dato artista.
Potevano anche vietare l’uso di linguaggio sconveniente e delle bestemmie, e le critiche al proprio maestro; nel 1470 la gilda dei pittori di Cremona giunse persino a distruggere pitture considerate oscene e a punire gli autori. Privilegiavano inoltre i figli dei maestri, eppure le aziende familiari durature erano poche, eccezioni più che la regola.

 

Le corporazioni di pittori nacquero in Italia, la prima a Perugia nel 1286, seguita da Venezia nel 1290, Verona nel 1303, Siena nel 1355 e tutte le altre a seguire, nel corso del Trecento. Nel resto d’Europa apparvero più tardi, a parte una, forse, che potrebbe essere sorta in anticipo in Germania, a Magdeburgo, nel 1206.
Le gilde si occupavano anche delle pratiche religiose, dell’insegnamento, delle vertenze e sovrintendevano i contratti e i rapporti con la committenza. Benché restrittive, le Arti migliorarono la condizione dell’artista rispetto al cantiere, e anche la sua libertà artistica. Nei cantieri l’artista era uno dei tanti salariati tenuti a osservare direttive ecclesiastiche per un lavoro comune, mentre le corporazioni in principio erano un insieme di liberi imprenditori, padroni nelle rispettive botteghe, in grado di scegliere mezzi artistici e organizzare il lavoro. Infatti, gli statuti non vincolavano su questioni artistiche, come avveniva nei cantieri, ma su quelle tecniche.

 

Non c’era ancora una netta distinzione tra artisti e artigiani; per esempio, non c’era differenza tra lo scultore e il tagliapietre o lapicida (lathomus), che squadrava i blocchi. Le corporazioni del resto univano sotto la dicitura “maestro di pietra” scultori, scalpellini e anche i muratori. Il primo uso certo della parola “scultor” si ha nel 1178, in un’epigrafe nel pulpito di Monte Sant’Angelo, che mostra un inizio di autonomia degli scultori. Resta comunque difficile separare, nella scultura come nella pittura, il maestro dalla bottega; il lavoro era ancora corale, e spesso una firma sottolineava l’attività della bottega più che del singolo maestro. Va però detto che la firma, quando c’era, era quella del maestro. Gli scultori spesso lavoravano in collaborazione con i pittori, i quali intervenivano nel caso in cui le sculture dovessero essere policrome; questo fino al Trecento, ma dal secolo successivo si diffusero sempre più scultori che erano anche pittori, assumendo anche l’appellativo di “pictor”, come Jacopo della Quercia. […]

 

Per poter far parte di una corporazione, l’artista era tenuto a compiere un lungo apprendistato. Gli scultori diventavano maestri dopo 7 anni di professione, potevano avere un solo apprendista che potevano seguire per un massimo di 8-10 anni, gli aiutanti in bottega invece potevano essere illimitati, era loro proibito lavorare di notte e anche durante le feste. Dai documenti risulta ci fossero anche donne in queste botteghe, anche se pare non esercitassero la scultura, ma si occupassero della direzione della bottega. Sembra ci sia anche stata, tra il ‘200 e il ‘300, una donna scultrice, ma non se ne ha la certezza.
L’addestramento dei pittori durava dai 4 agli 8 anni, cominciando dai lavori più umili, come pulire la bottega o macinare i pigmenti, un lavoro che poteva impegnare anche per molti giorni. Già nel Medioevo però i pittori potevano comprare i materiali già pronti da speziali o apotecari, che li producevano in proprio.

 

Da recenti studi si è appurato che per diventare esperti in una pratica manuale, come dipingere o suonare uno strumento, occorrono diecimila ore di pratica, che più o meno concordano con gli otto anni di apprendistato degli artisti medievali, corrispondenti a circa cinque ore al giorno di pratica.
In questo percorso, talento e istinto erano tenuti in scarsa considerazione, si trattava di un addestramento pratico: l’artista diventava tale grazie a un diligente impegno, al duro lavoro e all’adesione ai dettami indicati dal maestro.
L’artista esercitava il mestiere non per il talento o per l’ispirazione, ma per aver completato un rigido apprendistato basato sulla pratica più che sulla teoria; al massimo imparava a leggere, scrivere e fare conti.

 

Nelle botteghe vi erano delle regole da seguire, religiosamente ratificate; il maestro era tenuto a occuparsi dei giovani a lui affidati e ad affinare le loro abilità, per evitare che diventassero solo manodopera a basso costo; l’apprendista era invece tenuto alla fedeltà, a non rivelare i segreti del mestiere del maestro. A partire dal primo anno l’allievo percepiva un piccolo compenso, che ogni anno aumentava. Gli allievi iniziavano l’apprendistato verso il sesto-settimo anno d’età, a quel punto non erano più trattati come bambini: diventavano piccoli adulti e dovevano rapportarsi agli adulti come tali.
Entrando nella bottega entravano a far parte del mondo. […]

 

Andros

Tratto dal libro “Storia dell’artista”, edizione ebook e cartacea 2014.

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2 Responses to Gilde e botteghe

  1. helios2012 says:

    Pezzo davvero interessante.
    Mi attiverò di nuovo per avere il libro.

    Manco da un po’ per problematiche varie. Questa sera avevo bisogno di entrare in un blog dove respirare ancora un po’ di sincerità, merce rara sia nel virtuale che nel reale.

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