Genio e follia

Andros + headGenio e follia

L’idea del genio ha raggiunto nell’Ottocento il proprio zenith, così come la sua associazione con la malattia mentale, ma l’indagine sul legame tra genio, creatività, malinconia e follia ha una lunga storia, la cui origine si potrebbe far coincidere col Fedro e il Teeteto di Platone, nei quali affermava che i geni si lasciano facilmente sopraffare dalle loro stesse ispirazioni. Il primo ad approfondire l’argomento fu però Aristotele con il trattato Problema XXX, in cui si chiese perché spesso proprio gli uomini eccezionali siano i più malinconici. Si tratta di quel velo di malinconia che un luogo comune non tanto distante dalla realtà associa agli artisti, già nel Rinascimento, ma ancora di più col Romanticismo. Diderot riprese l’argomento proprio partendo da Aristotele, dando nuova linfa al luogo comune e affermando che i geni camminano sull’orlo del precipizio, sempre sul punto di cadere nella follia, idea poi dibattuta dagli psichiatri nel XIX secolo. Diderot scrisse: «Oh! Quanto il genio e la follia si toccano da vicino.»

Il genio in Grecia era rappresentato dal daimon, il demone di Socrate, un demone che è una voce interiore, che ispira dall’interno; ma solo la poesia era degna di ispirazione, le arti visive erano semplici tecniche applicate. La versione romana del daimon fu il genius, legato alla forza vitale. L’idea del genio come lo intendiamo oggi si forma un po’ alla volta, secolo dopo secolo, delineandosi a pieno durante il Rinascimento, toccando l’apice con Michelangelo, in un’epoca dominata dall’idea della fama […]

Le parole di Diderot sono quelle che più di tutte descrivono il genio come ancora oggi lo intendiamo: «Gli uomini di genio mi sembrano più fatti per rovesciare o per fondare degli stati, che non per mantenerli, o per ristabilire l’ordine, piuttosto che adeguarsi. […] Il genio è un puro dono della natura… non ha velleità di esibirsi, ma trasmette emozioni… Nelle Arti, nelle Scienze, negli affari, il genio sembra cambiare la natura delle cose, i suoi tratti permeano tutto ciò che tocca, le sue luci si proiettano al di là del passato e del presente, per rischiarare l’avvenire: procede più spedito del suo secolo che non ce la fa a stare al suo passo. […] Sembra derubare la natura dei suoi segreti, che pare aver rivelato a lui soltanto. […] L’uomo comune guarda senza vedere; l’uomo di genio percepisce così rapidamente, che sembra non aver neppure bisogno di guardare.»
Quindi geni si nasce, è qualcosa che non ha a che fare con un talento appreso e affinato, è fuori dal proprio tempo e dal proprio luogo, è una figura a sé stante.

Tra Ottocento e Novecento queste idee erano ancora ribadite con convinzione, Charles Richet scrisse nella prefazione di un libro di Lombroso che i geni: «Manifestano delle idee che altri uomini non hanno mai avuto e non potranno mai avere. Sono dei precursori, degli originali. Per me il vero e unico segno distintivo degli uomini di genio sembra essere l’originalità. Essi vedono di più, meglio, e soprattutto in modo diverso dagli uomini comuni.»
Stando così le cose, è chiaro che quello del riconoscimento del genio diventa un problema di difficile soluzione: come può l’uomo comune comprendere e riconoscere il genio, che è in grado di vedere più di lui? Se si accetta l’idea del genio, si deve anche ammettere che egli sia destinato a essere incompreso, se non per sempre almeno per un lungo periodo; e in effetti, soprattutto dal Romanticismo in poi, il concetto di genio incompreso si è imposto con veemenza.

Un genio incompreso è un genio che non ha goduto dell’autenticazione della società, mentre un genio riconosciuto potrebbe essere una persona normale che ha goduto di un’autenticazione che non meritava. Il punto è: meritata o non meritata in base a quali criteri? È chiaro che le decisioni in merito sono sempre scelte della società del tutto arbitrarie, ed è davvero difficile essere certi che un genio meriti di essere considerato tale, o che un altro meriti di restare incompreso perché non è un vero genio. Questo perché la società è composta per lo più da persone normali, e se sono loro a dare la patente di genialità, vuol dire che il genio è scelto da mediocri; ma come può un mediocre giudicare un genio, che per definizione comprende cose che gli altri potrebbero non comprendere mai? E soprattutto, gli converrebbe riconoscere e premiare la genialità, a scapito della propria mediocrità?

È più probabile che un mediocre si riconosca in un altro mediocre – magari appena un po’ più scaltro -, e lo premi, premiando indirettamente se stesso e sviando l’attenzione dalla propria mediocrità, che invece la presenza di un genio vero metterebbe in risalto.
Schopenhauer non aveva dubbi in merito all’approccio dell’uomo comune: «Dovunque e comunque si manifesti l’eccellenza, subito la generale mediocrità si allea e congiura per soffocarla.»
Visto che ormai da più parti si nega non solo la genialità delle singole persone, ma persino il concetto stesso di genio, bisogna concludere che Schopenhauer aveva ragione: i mediocri si sono alleati, e cercano di soffocare persino l’idea che il genio possa esistere. Problema risolto alla radice.

Altri invece si limitano a rifiutare l’idea del genio incompreso, il loro ottimismo li spinge a pensare che la genialità, proprio perché tale, venga sempre riconosciuta e premiata. […]
Altri ancora, come lo psichiatra Alonso-Fernández, pensano al contrario che diventi sempre più difficile che un genio venga riconosciuto: «Una società tanto edonista è troppo poco sensibile per poter riconoscere i soggetti creativi, ovvero i genî, e, d’altra parte, quand’anche li riconoscesse, concederebbe loro uno scarso interesse […] Oggi i criteri di valutazione sono di carattere economico; per questa ragione siamo entrati nell’era dei grandi genî ignorati, come i casi recenti di Kafka e Pessoa. […] Oggi si dà più importanza a un presentatore televisivo o a un banchiere che a un eccellente pittore o a un magnifico scrittore; trionfano l’immagine, l’aspetto esteriore percepito dagli altri e il travestimento a scapito dell’autenticità. Per concludere, possiamo dichiarare che essere genî risulta sempre più difficile e richiede sempre più sacrifici.»

Per E. Kretschmer il genio: «È trascurato dai suoi maestri, rifiutato dai genitori e disprezzato e ignorato dai suoi compagni di lavoro. Deve aprirsi il cammino nella vita con grande fatica, come attraverso una boscaglia spinosa. Gesti di dissimulata perfidia gli chiudono continuamente il passo verso la realizzazione delle ambizioni più belle. La sua esistenza trascorre tra le preoccupazioni, la rabbia, l’amarezza e la malinconia.»
Nell’Ottocento per alcuni, come Cesare Lombroso, la genialità somiglia alla malattia mentale: «Si dice dell’uomo di genio, come del folle, che nasce e muore solitario, freddo, insensibile agli affetti della famiglia e alle convenzioni sociali.» Per Lombroso le persone d’eccezione sono indipendenti, avulsi dalle banalità della vita, isolati, insofferenti, in rotta con i contemporanei, asociali, fuori dalle convenzioni, spesso considerati pazzi.

Il Romanticismo fa di genio e follia un pacchetto unico, e a cavallo tra Ottocento e Novecento si moltiplicano gli studi psicopatologici su artisti e scrittori, con i lavori di Lombroso, Francis Galton, Havelock Ellis, J.F. Nisbet e altri. Dalla metà del Novecento in poi ci sono state ricerche biografiche sistematiche e numerosi studi con risultati altalenanti.
Nel 1949 Adele Juda pubblicò i risultati di uno studio condotto su 113 artisti tedeschi e sulle loro famiglie, con circa cinquemila soggetti intervistati; nonostante i punti deboli fu una ricerca importante, per l’ampiezza e per il tentativo di introdurre un metodo rigoroso.
Secondo i risultati, i due terzi dei 113 artisti e scrittori erano mentalmente sani, eppure nel loro gruppo il numero di suicidi era superiore alla media del resto della popolazione. Il 50% dei poeti fu ritenuto anormale da un punto di vista psichiatrico, contro il 38% dei musicisti, il 20% dei pittori, il 18% degli scultori e il 17% degli architetti.

I dottori J. Schildkraut, A.J. Hirshfeld e J.M. Murphy condussero uno studio su quindici espressionisti astratti della scuola di New York, e trovarono che quasi la metà soffriva di depressione o di turbe maniaco-depressive.
Lo studio del Dottor Arnold Ludwig sulle biografie degli artisti recensiti dal New York Times Book Review è ampio e dettagliato. Ne risulta, in accordo con lo studio della Juda e anche quello di Kay Redfield Jamison, che i tassi più alti di mania, psicosi e ricoveri sono tra i poeti, e che ben il 18% dei poeti aveva commesso suicidio.

Uno studio del 1994 di Felix Post, sulle espressioni di psicopatologia tra 291 personaggi del XIX e XX secolo, mostra una grande frequenza di problemi mentali, circa il 50% degli esaminati mostrava turbe della personalità, per i filosofi la percentuale saliva al 60% e per gli scrittori addirittura al 70%. Per quanto riguarda gli affetti da depressione, queste sono le percentuali emerse: il 72% degli scrittori, il 31,2% dei pittori, il 30,4% dei musicisti, il 30,4 % dei politici, il 28,9 degli scienziati e il 26,2 % dei filosofi. […]

Come si può vedere però, i risultati delle tante indagini non sembrano affatto accreditare l’idea che gli artisti siano più soggetti a questi disturbi rispetto ad altri gruppi umani, eppure, questi sono luoghi comuni difficili da sradicare, anche perché molti vi hanno fatto leva, recitando il ruolo del pazzo o lasciando che gli altri li credessero tali, come Beuys o Dalì, che con furbizia affermava: «L’unica differenza tra me e un folle è che io non sono folle.»
È vero che tanti artisti hanno avuto problemi mentali, ma è anche vero che su di loro c’era un tempo maggiore attenzione di quanta ce ne fosse su altre tipologie umane, che quindi hanno potuto nascondere meglio le loro patologie.

Hanno sofferto di depressione artisti come Turner, Pietro di Torrigiano d’Antonio, Tiberio Tinelli, Soutine, Guido Reni, François Picabia, Jules Pascin, Modigliani, Ewald Mataré, John Martin, Wilhelm Lehmbruck, Silvestro Lega, Edward Lear, Ferdinand Hodler, Edwin Landseer, Asger Jorn, Johan Jongkind, Edward Hopper, Gauguin, Caspar David Friedrich, Carlo Dolci, Jacques-Louis David, John Singleton Copley, Rosalba Carriera, Annibale Carracci, Elizabeth Siddal, Diane Arbus, Monet e de Chirico, Matteo Rosselli.

Di disturbi mentali di varia natura e gravità hanno sofferto Tancredi Parmeggiani, Stanley Spencer, Gino Rossi, Alfred Rethel, Jackson Pollock, Piero di Cosimo, Edvard Munch, Franz Xaver Messerschmidt, Antonio Mancini, Séraphine Louis, Antonio Ligabue, Maurice Quentin de La Tour, Alfred Kubin, Peder Severin Krøyer, Oskar Kokoschka, Pieter de Hooch, Vincenzo Gemito, Leonora Carrington, Filippo de Pisis, Maria Sol Escobar, Richard Dadd, Carlo Carrà, William Blake, Mikhail Vrubel, Camille Claudel, Lawrence Alma-Tadema, Georgia O’Keeffe, Norman Rockwell e Dante Gabriel Rossetti.

Tanti sono anche gli artisti morti suicidi, tra questi Francesco Bassano, Ralph Barton, Vincent van Gogh, Francesco Borromini, Benjamin Haydon, Ernst Ludwig Kirchner, Jules Pascin, Wilhelm Lehmbruck, Mark Rothko, Pietro Testa, Robert Louis-Léopold, Tiberio Tinelli, Leonora Carrington, Diane Arbus, Tancredi Parmeggiani, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Richard Gerstl, Federico Faruffini, Elizabeth Siddal, Emanuel de Witte, Vettor Pisani, Sergio Romiti, Mike Kelley, Richard Gerstl, Bernard Buffet.

Non sempre però la depressione spiega tutto, e alcune delle storie concluse con un suicidio sono costellate di dolori che non tutti sarebbero in grado di sopportare.
È il caso di Arshile Gorky, che ricorse al suicidio dopo anni di sciagure: il suo studio andò a fuoco, si ammalò di cancro e fu sottoposto a una colostomia, in un incidente automobilistico si fratturò il collo, mentre il braccio con cui dipingeva rimase temporaneamente paralizzato, come ciliegina sulla torta, la moglie lo piantò portando con sé i figli; a quel punto Gorky si impiccò.

Andros

Tratto dal libro “Storia dell’artista”, edizione ebook e cartacea 2014.

completa da pdf

Storia dell'artista - versione cartacea disponibile presso: IBS - Mondadori
- Hoepli - Unilibro - Webster - Amazon - Deastore - Feltrinelli - Wuz - Goodbook
Ebook disponibile presso: IBS - Mondadori - Hoepli - Unilibro
- Webster - Amazon - Deastore - Feltrinelli - Bookrepublic - Rizzoli - Ebookizzati
- Google play store - Kobobooks - Ultimabooks - Mediaworld - Cubolibri - 9am
- Libramente - Libreriaebook - Biblonstore - Il fatto quotidiano - L'Unità

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmailby feather
Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

5 Responses to Genio e follia

  1. Maria Lisi says:

    Sulla fiducia. ..appena potrò. .leggerò per bene. 😉

  2. helios2012 says:

    Un genio incompreso è un genio che non ha goduto dell’autenticazione della società, mentre un genio riconosciuto potrebbe essere una persona normale che ha goduto di un’autenticazione che non meritava. Il punto è: meritata o non meritata in base a quali criteri? ecc…ecc…

    Ho sorriso divertita …….sei un fine psicologo oltre che filosofo e acuto osservatore.

  3. Carla Righi says:

    Grazie per la generosità delle tue riflessioni. Personalmente mi sono di grande aiuto, tant’è che sto centellinando la lettura di Storia dell’ artista, perchè vorrei non finisse.Molte considerazioni sono così sentite e profonde, che trascendono il discorso propriamente artistico, svelando aspetti universali.

Leave some words