Dare un prezzo per togliere valore

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Andros – Tanti Zeri
Poliuretano e gommapiuma

Dare un prezzo per togliere valore

Prima o poi, chi ha deciso di dedicarsi all’arte si scontra con un concetto banale: l’artista produce qualcosa, non importa se oggetti, idee o semplici emozioni, e questo qualcosa deve avere un prezzo.
Alcuni sostengono che il prezzo delle opere sia l’indicatore del valore dell’artista; detta brutalmente, se un artista vende cara la tela vuol dire che è un grande, se il mercato snobba le sue opere, non è un artista.
Come se un rene venduto all’asta avesse più valore di un rene rimasto nel corpo natio sino alla sepoltura.

Molti artisti fanno loro questo concetto con grande entusiasmo; al punto di misurare il successo in base alle vendite, di considerare meno riuscite le opere che faticano a vendere e di progettare la propria arte tenendo ben in mente che qualcuno dovrà comprarla.
Si sentono ormai liberi dall’obsoleta immagine romantica dell’artista che si strugge nel tormento e nelle difficoltà, curandosi solo di dar forma e colore ai propri ideali, dimentico del lato prosaico della vita; quella che io chiamo “Sindrome di Masaccio”, il quale dimenticava persino di farsi pagare dai committenti, e che proprio per questo atteggiamento aveva spinto i suoi coevi ad affibbiargli lo pseudonimo spregiativo “Masaccio.”

Questi artisti vorrebbero vivere esclusivamente della loro arte, aspirazione legittima ma, come si sa, difficile da realizzare. Aspirano a essere imprenditori di se stessi, ma più spesso non riescono ad andare oltre un’occupazione part-time come impiegato dell’arte.
Dalla loro parte ci sono: 1) il terribile meccanismo del “coefficiente” (o parametro, un metodo per assegnare il prezzo alle opere in base alle dimensioni); 2) pile di libri che spiegano agli artisti come diventare perfetti manager del proprio talento, di solito scritti da americani (notoriamente “money oriented”); 3) curatori e galleristi che progettano carriere e opere d’arte come si trattasse di collezioni di moda prêt-à-porter; 4) fulgidi esempi di alcuni artisti, contemporanei e del passato, che hanno fatto dell’arte una catena di montaggio, come il vicino Warhol, ma anche come il lontano Rubens; 5) in definitiva, il mondo intero, intossicato di successo e denaro al punto di non rendersene neanche più conto, e che non è più in grado di affrontare alcuna esperienza senza porsi la sterile domanda: “Cosa ci guadagno?”

Altri artisti invece vivono con disagio la monetizzazione e la mercificazione del loro operato e piuttosto che un attestato di merito, a torto o a ragione considerano il cartellino con il prezzo uno svilimento del loro valore.
Anche loro ambirebbero vivere di arte, ma sentono la commercializzazione, necessaria alla sopravvivenza, come una forma di compromesso che stride con gli ideali, rischiando di degradarli.
Buona parte del loro tormento di “artista romantico” è data proprio da quest’ambiguo e frustrante rapporto con il denaro; se non vendono, sono preda delle difficoltà che ne derivano, se vendono, si sentono sviliti e corrotti.
Dalla loro parte ci sono: 1) il sottile e morboso gusto del lamento consolatorio; 2) l’anonimato e l’oblio (da non sottovalutare, tanto, prima o dopo, spettano a tutti); 3) l’esempio di artisti che hanno diversificato la produzione, una per sé e una per sopravvivere, oppure che da automecenati foraggiano la propria arte facendo altri lavori; 4) la ricchezza: gli artisti figli di papà (molto più numerosi di quanto si pensi) possono permettersi di indulgere in qualsiasi ideale senza pagarla cara e senza doversi vendere e/o svendere, se non per propria scelta.

Soldi. Potremmo parlare sino a farci cadere il velopendulo, torneremmo sempre lì: dimmi quanto hai e ti dirò chi puoi permetterti di essere.
Tutto ha un prezzo, anche fare arte; ed è sorprendente scoprire in quanti modi si possa pagare.
Ovviamente, il concetto si può estendere a tutto ciò che farcisce la nostra società.
Non è forse questa la più plausibile chiave di lettura del mondo in cui viviamo?
Bambini da scambiare con figurine, corpi da affittare, organi da mettere all’asta, vite da spendere nel guadagno.
Dare un prezzo per togliere valore.

Andros

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11 Responses to Dare un prezzo per togliere valore

  1. girlwitheart says:

    Dare un prezzo per togliere valore. Concordo pienamente, forse l’arte è morta.

    • Andros says:

      Ciao. Difficile dire se sia davvero morta, di sicuro è morto un certo modo di intendere e di fare l’arte. Oggi è soprattutto un’esperienza che ognuno può fare per conto proprio. Il panorama è complesso, e il disprezzo diffuso per l’arte e per gli artisti contemporanei di certo non favorisce la sopravvivenza della “specie.”

  2. girlwitheart says:

    Ho preso parte varie volte al famoso dibattito sull’arte contemporanea, senza poi riuscire a venirne a capo. Penso che l’arte sia divenuta pura comunicazione, l’espressione di una società che è affine a quella decadente a mio modesto parere. In tutti i modi gli artisti (coloro che davvero lo sono, lasciando da parte chi specula sull’arte) tentano di trasmettere il loro disagio in una società che non vuole ascoltarli, che non si impegna minimamente nella ricerca del significato di un’opera. Le persone danno un’occhiata agli squarci sulle tele di fontana e pensano “bhè, sono capace anche io”.

    • Andros says:

      È vero, si giudica sommariamente e si pretende di capire senza impegnarsi. Sulla decadenza invece ho qualche dubbio, sono stati definiti decadenti tantissimi periodi e fasi artistiche, come il Manierismo o il Gotico, e 2000 anni fa Plinio accusava gli artisti di pensare solo ai soldi e al successo. Ci sono momenti difficili o solo complessi che possono sembrare decadenti a chi li vive, ma non è detto che lo siano davvero, io oggi vedo anche tanta vitalità, e vedo un’arte varia e multiforme come non è mai stata, e questo mi sembra un bene. Non lo dico per fare l’ottimista a tutti i costi, è che nonostante tutte le storture una buona parte dell’arte contemporanea a me piace.

      • girlwitheart says:

        Anche a me piacciono alcuni artisti per carità, non sono contro l’arte contemporanea. Il fatto è che è sempre più difficile trovare qualcosa di nuovo credo, e a volte si scivola nel nonsense che però fa scalpore capisci? Parlo così perchè insomma spesso ci penso visto che adoro l’arte e cerco anche di farne.

        Ti sarei grata se dessi un’occhiata al mio blog.
        Beatrice

        • Andros says:

          Forse uno dei punti è anche la ricerca del nuovo, che è diventato un mito dall’Ottocento in poi, se il pubblico pretende la novità poi non può accusare l’artista di voler fare l’originale a tutti i costi. Dall’arte mi aspetto molte cose, ma la novità non è per me tra le più importanti. La questione dello scalpore mi tocca, perché è una critica che a volte mi capita di subire, avrei un bel po’ di cose da dire sull’argomento, ma te le risparmio. Puoi darmi l’indirizzo del tuo blog? Avevo già provato ad aprirlo dal link sotto il tuo nick, ma una pagina dice che il blog non esiste più.

  3. helios2012 says:

    Condivido quello che hai scritto Andros, anche se personalmente penso che la vera ragione di tutta questa situazione caotica per quanto riguarda l’arte e su cosa muova arte e artisti in generale oggi (oltre il danaro) è il fatto che ci dimenticati dell’onestà intellettuale con cui si dovrebbe procedere in questo settore, e non parlo solo degli addetti ai lavori che fanno il bello e il cattivo tempo….ma anche di artisti che forse hanno perso di vista che l’arte non può essere fatta solo per essere venduta conforme i gusti del pubblico, poichè parte principalmente da una propria necessità espressiva e di comunicazione oltre che di ricerca, e soprattutto dovrebbe essere ‘libera espressione’ e comunicazione.

    Un’opera di artigianato, sicuramente può essere un’opera d’arte nel suo genere, ma quando è condizionata da una ricerca di mercato e deve entrare in quei parametri, sia di costi, di gusto e di moda (altrimenti non si venderebbe) rimane finalizzata a quella speficità e non è più libera, ma circostritta in quei parametri. Quindi penso che un artista, oltre che ad essere un buon artigiano (nel senso che dovrebbe muoversi con la conoscenza degli strumenti che usa) se parte da una propria ‘onestà intellettuale’ e rimane libero nella propria espressività e non condizionato da cosa muove il mercato…deve proseguire nella sua strada anche se difficile.

    Le esperienze negative le abbiamo fatte tutti : poi c’è chi ha il coraggio di dichiararle e chi invece le nasconde. D’altra parte se non si fanno non si può neppure capire di cosa si sta parlando nè
    parlarne nè come procedere nelle proprie scelte. 🙂

    Complimenti per la tua analisi, cruda, ma sicuramente vera.

    • Andros says:

      C’è anche da dire che, libertà o meno, mercato o non mercato, onestà o disonestà, l’artista inteso come persona che si dedica continuativamente a un’attività artistica non ha più alcuna funzione. È da almeno due secoli che la società non sa bene cosa farsene degli artisti, talvolta li tollera, spesso li deride, quasi sempre li ignora. Non c’è da meravigliarsi se gli artisti si consacrano al mercato, oppure se si dedicano al culto di se stessi. La domanda da porsi secondo me è: come mai ancora oggi così tante persone decidono di dedicarsi continuativamente a un’arte visiva, per di più con aspettative irrealistiche? E credo che nessuna delle possibili risposte sia piacevole.

      • helios2012 says:

        Nulla da obiettare, infatti, se vogliamo essere più determinati a mettere il coltello nella piaga della questione sappiamo benissimo che di solito a mostre in generale i visitatori, in buona parte, sono artisti che vanno a vedere altri artisti e parlando di altre mostre di rilevanza internazionale il pubblico è in gran parte composto da gente che nel pacchetto di agenzia si ritrova anche la visita da Prada e altro ancora…..quindi un pubblico ‘pilotato’ verso interessi commerciali più che formativi.

        Rimane il fatto , al di là di questi ragionevoli dubbi che poni, che molti artisti, anche conosciuti e dentro le leggi di mercato per sopravvivenza, tengono per sè opere che non darebbero mai. Quindi forse si ritorna anche a quanto detto precedentemente. L’artista dovrebbe di solito creare per una ‘propria’ necessità espressiva e di comunicazione, anche se poi può prenderestrade diverse ….per altri motivi di necessità.

        Il contesto sociale può distruggere tutto, però rimane il fatto che qualcosa si è creato e deve rimanere almeno per chi saprà apprezzare o per un futuro non prossimo. Pensa se musica, poetica , arte, ma parlo anche di foreste, natura…tutto venisse distrutto. Non rimarrebbe nessuna traccia…

        Almeno si tramanderebbe un minimo di ‘memoria storica’ . Chissà , forse potrebbe essere un inizio almeno di riflessione… Chi lo può dire…
        Sono cosapevole di essere un’illusa, ma voglio crederci 🙂

        • Andros says:

          Questo conferma quello che dicevo all’inizio, l’arte come esperienza, possiamo definirla necessità espressiva, ma tende sempre più a essere un’attività che nasce e muore nell’esperienza vissuta da chi la fa, come fare free climbing, giocare a scacchi o darsi alle bocce. Purtroppo o per fortuna, prima o poi di nulla resterà traccia: a quanto pare tra 16,7 miliardi di anni l’universo stesso morirà. Così, giusto per aggiungere una nota d’ottimismo. 😉

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