Close to water

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Andros – Sur-face: hate
Parole a olio su tavola

Close to water

Quella mattina Starlizia si era svegliata storta; saranno state le sue cose, o forse le cose di qualcun altro: di chiunque fossero quelle cose, non si trattava di belle cose.
Nonostante avesse appena quattordici anni, Starlizia era già una modella molto ricercata, fotografata, appesa nelle camere e nei camion di tantissimi sconosciuti e protagonista inconsapevole di innumerevoli masturbazioni di esemplari maschili e femminili delle età più disparate.
Il suo fisico adolescente era in bella mostra su riviste, calendari e manifesti, con immagini dalle quali sembrava quasi sentirsi levare l’olezzo acidulo del vomito versato appena prima di scattare le foto.
Fotografie spesso sapientemente scomposte, nelle quali lei indossava bikini che riuscivano a fatica a coprire ciò che restava dei peli pubici rasati, o ritoccati al computer, e le minuscole tettine post-puberali; mentre in altre si limitava a indossare la propria buona volontà.
In tante di queste immagini, il suo giovane volto già emanava la tossica perversione di una navigata bagascia del quartiere a luci rosse di Amsterdam.
Gli occhi segnati da un nero marcato, semichiusi ed allusivi, le narici arrossate dalle troppe sniffate, il rossetto sbavato sulle labbra; come se queste ultime avessero appena finito di lavorarsi un membro, magari proprio quello del fotografo di turno.
I marchi e gli slogan spesso si stentavano a vedere, ma non importava: quelle immagini avrebbero potuto pubblicizzare qualsiasi cosa: da uno spermicida al latte a lunga conservazione. […]
Si trascinò stancamente verso il bagno, in fondo erano solo le cinque e mezzo del mattino e aveva tutti i diritti di essere assonnata. Come prima cosa, si adagiò sulla tazza per dare sollievo alla vescica; chiuse un attimo gli occhi e lasciò scorrere i fiotti di calda urina.
Forse per la stanchezza, forse per il dolce tepore del liquido che le scorreva via, o forse per i postumi della coca assunta la notte appena trascorsa, fatto sta che Starlizia si assopì per un attimo, giusto il tempo di perdere il controllo del corpo e relativo equilibrio.

Sguish! Splash!

Scivolò dal copritazza finendo nel water, dove il suo minuscolo bacino da modella, anoressica per tornaconto, finì per farla sprofondare fino alle ginocchia, che ora le premevano su quei brufoli che chiamava capezzoli; le natiche, invece, erano a bagno nella sua stessa urina.
«Aaagghh!» urlò Starlizia svegliandosi di soprassalto.
Dopo un moto di nervosismo, si accorse dell’assurdità della situazione e cominciò a ridere sommessamente; non tanto per le cosce che le comprimevano il torace, ma perché ridere sguaiatamente avrebbe compromesso la sua pelle esente da rughe.
Il sorriso si spense presto, quando si rese conto di non riuscire a liberarsi dalla tazza. Era incastrata in una posizione che non le permetteva di far leva per liberarsi.
Non le sembrava vero, ma per quanto impegno ci mettesse, le era impossibile uscire da lì; anzi, più si agitava, più il suo esile corpo si incastrava, divenendo tutt’uno con il water.
Cominciò a urlare con tutto il fiato che la posizione le consentiva di utilizzare: «Aiuto! Aiutatemi… Sono incastrata nel… insomma, aiuto!»
Urlò a lungo, riuscendo solo a sfiancarsi e a spingere l’inquilino del piano di sopra a battere sul pavimento per far cessare gli schiamazzi.
La situazione, da imbarazzante, stava divenendo pericolosa. E dolorosa.
C’era un fastidioso oggetto che le pungeva la schiena e non capiva cosa potesse essere.
Era un deodorante per il water messo dalla sua compagna di camera, ora purtroppo in giro a sfilare chissà dove.
Starlizia odiava quegli arnesi, non ne capiva il perché; e ora che uno di questi le stava scavando un solco sulla colonna vertebrale, li tollerava ancora meno. […]
In uno spasmo contorsionistico degno di un’artista da circo, riuscì a sfilare via l’odiato deodorante e a scagliarlo contro il muro, traendone grande sollievo.
Restava il fatto che si trovava sempre più incastrata nella tazza: come fare per liberarsi?
Non poteva attendere l’amica; chissà quando sarebbe tornata e poi, avrebbe avuto un paio di cosette poco piacevoli da dirle sulla sua passione per i deodoranti da cesso e non sarebbe riuscita a trattenersi. Per una volta nella vita, doveva cavarsela completamente da sola.
Improvvisamente, vide spuntare sotto una calza, abbandonata sul pavimento del bagno chissà quando, un telefonino, era uno dei suoi otto cellulari.
Era da un po’ che ne aveva perso le tracce e ora benediceva il fatto di averlo lasciato lì. Riuscì, quasi lussandosi una spalla, ad allungare il braccio fino a prenderlo.
Pensò di chiamare la madre, ma essendo la principale promotrice delle sue insicurezze adolescenziali, la scartò subito.
Pensò al padre, ma lo conosceva appena e, cosa da non sottovalutare, non aveva neanche il suo numero.
Pensò al fidanzato… Già, ma quale? Ne aveva cambiati talmente tanti negli ultimi tempi che stentava a ricordare chi fosse quello ancora in carica.
Le amiche erano tutte modelle, tutte troppo lontane per fare qualcosa; inoltre era certa che non si sarebbero scomodate per tirarla fuori da un water, rischiando così di sporcarsi i vestiti.
Il campo si stringeva e benché le ripugnasse l’idea che degli estranei potessero vederla in quelle condizioni, cioè senza un trucco, un’acconciatura e una mise adeguate, dovette decidere di chiamare il 113.
Appena dall’altra parte alzarono la cornetta, lei prese a urlare scompostamente il proprio nome, il proprio indirizzo e l’attuale, scomoda, posizione che metteva a repentaglio la sua vita. Lo ripeté più volte, finché si accorse che non c’era più linea: il residuo di carica della batteria del cellulare si era esaurito.
«Cazzo!» urlò. «Chissà se mi hanno sentita… chissà se manderanno qualcuno…»
Si guardò disperatamente intorno, alla ricerca di qualche altra cosa che potesse esserle d’aiuto nella fuga dal water: in quella si accorse del flacone di sapone liquido poggiato sul bidè. […]
Magari sarebbe stato abbastanza viscoso da permetterle di sgusciare via da quello scomodo alloggiamento.
Iniziò a premere il beccuccio e a sputarsi sapone  tutto intorno al corpo, tra la pelle e la ceramica: svuotò l’intero flacone e prese a divincolarsi, sperando l’idea funzionasse.
Mentre, impastata di sapone, cercava di venir fuori come un serpente dalla sua pelle, si accorse che invece di salire, stava scendendo ancora più. Il sapone era  scivoloso, ma al punto di non permetterle di spingersi verso l’alto; con le mani impastate anch’esse di sapone le era difficile aggrapparsi a qualsiasi cosa, tutto le sfuggiva di mano, compresa la sua stessa pelle. […]
Le cosce, ormai addormentate e gonfie, le stringevano sempre più sul petto, rendendole ancora più rarefatto il respiro.
A breve, anche lei si sarebbe addormentata, per sempre.
Le forze cominciavano ad abbandonarla, quando sentì un trambusto venire da fuori: una sirena della polizia? No, forse un’ambulanza.
Si trattava dei vigili del fuoco.
Li sentì arrivare fin sotto al palazzo, scendere dai mezzi e discutere concitatamente sul da farsi; infine li sentì salire rumorosamente per le scale.
«Sono qui per me…» pensò col brandello di lucidità rimastole e il solito mezzo sorriso sul volto. «Allora la telefonata è servita… Finalmente, sono salva…»

In realtà la telefonata non era servita affatto, la linea era caduta dopo pochi secondi e, comunque, nell’agitazione, lei aveva composto il numero sbagliato. I vigili del fuoco erano lì perché qualcuno li aveva chiamati a causa di uno strano miasma proveniente da un appartamento sito nello stesso stabile di Starlizia: si trattava delle esalazioni della salma di un oscuro pensionato morto sette mesi prima.
L’operazione di scrostatura dei resti dal pavimento impegnò i pompieri per diverse ore; durante le quali nessuno poté accorgersi che, a pochi appartamenti di distanza, una giovane modella stava esalando i pochi respiri che le rimanevano.
L’ultima, delirante, immagine che balenò davanti agli occhi di Starlizia, fu una foto che la ritraeva incastrata nel cesso, senza trucco e nessuna traccia di malizia sul viso, accanto a un trafiletto su un quotidiano locale che raccontava la sua triste fine e quella di un pensionato decompostosi in tutta tranquillità. Un trafiletto che molti avrebbero letto, per annoiata morbosità, scuotendo la testa e forse persino sorridendo, per poi dimenticare il suo nome e quello del pensionato, un secondo prima di ripiegare il giornale.

Andros

Tratto dal libro “Sabba di paralleli”, prima edizione cartacea 2005.
Ultima edizione 2014, solo in formato ebook, riveduta e ampliata con nuovi racconti.

sabba completa

 

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