Biologia dell’arte – Desmond Morris

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Biologia dell’arte è un libro scritto nel 1963 dal noto etologo inglese – nonché pittore surrealista – Desmond Morris, con l’intento di indagare le tendenze artistiche delle scimmie, confrontandole con quelle umane, e chiarirsi le idee sulle origini di questa strana attività che chiamiamo arte.

In passato le principali fonti di indagine per le origini dell’arte erano tre, e tutte si sono rivelate poco attendibili: lo è l’arte primitiva, perché è ormai certo che è tutto tranne che primitiva; lo è l’arte dei folli, che ha aperto un campo di indagine specializzato che poco dice sulla genesi dell’arte; e lo è anche l’arte dei bambini, che ancora oggi attrae come una sirena, ma che porta più domande che risposte, e che può facilmente essere inquinata dalle reazioni e dalle aspettative degli adulti, genitori in primis.

Anche per questo alcuni si sono dedicati allo studio dell’arte di animali non umani, per esempio gli scimpanzé. Come scrive il biologo Julian Huxley: “Uno dei grandi misteri dell’evoluzione umana è l’improvvisa esplosione di un’arte di alta qualità nel paleolitico superiore. Ciò diventa più comprensibile se i nostri antenati scimmieschi hanno avuto queste primitive potenzialità artistiche a cui si è aggiunta in seguito la capacità peculiare dell’uomo, quella di creare simboli.”
Questo libro fa il punto della situazione, descrivendo i principali studi svolti nel campo, compreso quello effettuato dallo stesso Morris.

Il primo a provarci fu W.N. Kellogg, nel 1931, che adottò uno scimpanzé e ne esaminò le attitudini. Dal suo studio emerse che uno scimpanzé può scarabocchiare se gli viene mostrato come fare, che dopo aver imparato continua a farlo spontaneamente e che, al contrario di quelli di un bambino, i suoi scarabocchi non diventano imitativi.
A questi primi passi si aggiunsero molti altri studi, come quello sugli scimpanzé Beth e Dr Tom. I loro dipinti riscossero un certo successo, portando anche molti soldi alle casse dello zoo di Baltimora, che ne vendette grandi quantità – gira gira, tutto diventa compravendita. Nel 1954 le opere di Beth e Dr Tom furono sottoposte all’analisi di alcuni psicologi dell’infanzia, che non furono in grado di distinguere i dipinti umani da quelli non umani, curiosamente, riuscirono invece a identificare il sesso degli autori. Ipotizzarono che un dipinto di Dr Tom fosse di un bimbo di 7-8 anni, aggressivo e con tendenze paranoidi, mentre per le opere di Beth pensarono a una bambina di 10 anni, schizoide, oppure paranoide.

Nel 1953 Desmond Morris iniziò ad analizzare le tendenze artistiche di uno scimpanzé di nome Congo. I dipinti realizzati da Congo furono esposti a Londra nel 1957, scatenando reazioni spesso negative. Come scrive Morris: “L’inglese medio ama gli animali e odia l’arte astratta; non sorprende quindi che un animale che dipinge quadri astratti dia luogo a un conflitto mentale piuttosto irritante.”
In seguito al clamore ci furono richieste di acquisto delle opere; in un primo momento si decise di accettare, per poi cambiare idea pochi giorni dopo per non inficiare il valore dello studio, ma quei pochi giorni erano bastati per vendere quasi tutti i 24 dipinti di Congo. È un vero peccato che nessuno abbia mai realizzato uno studio approfondito su cosa spinga la gente a comprare gli scarabocchi di uno scimpanzé.
Si decise così di mettere insieme una nuova collezione per una mostra negli Stati Uniti. Tra il 1957 e il 1958 Congo ebbe un’intensa attività artistica, realizzando una gran quantità di dipinti e disegni.
La condizione di Congo non deve essere stata molto diversa da quella che alcuni mercanti immaginano dover essere la norma per qualsiasi artista: produrre a raffica, come un pollo che sforna uova nell’attesa di finire spennato.

Altri studi furono sui gorilla. La produzione artistica della gorilla Sophie esplodeva nei periodi in cui era sola e intristita, lontana da Stefi, un gorilla che a periodi alterni viveva con lei. Quindi Sophie era una gorilla pittrice per solitudine, tristezza o mal d’amore. A quanto pare anche i gorilla, come molti umani, trovano nell’arte un rifugio, un sollievo ad alcuni dolori della vita.
Questi primati avevano tutti uno “stile” individuale – anche se sempre astratto -, e non tutti erano “portati” all’arte, alcuni non mostravano alcun interesse, mentre altri una volta iniziato non la smettevano più.
Come lo scimpanzé Bella, in grado di concentrarsi sui disegni per lungo tempo. Bella era mite e non si ribellava mai alla tutrice se la interrompeva nelle sue attività, e neppure se le sottraeva il cibo, eppure, quando questa la interruppe mentre disegnava, Bella reagì mordendola. Il suo grado di concentrazione sembrava molto alto, nulla poteva distrarla, neanche l’offerta di cibo e dolci. Le reazioni di ira all’interruzione dell’attività creativa si verificarono anche con altri scimpanzé, cosa ancora più significativa se si pensa che per tale attività gli animali non ricevevano alcuna ricompensa di cibo: era come se dipingere fosse già una ricompensa.

Morris riferisce dei tentativi fatti per scavalcare l’autoremunerazione, “corrompendo” la scimmia con il cibo per spingerla a dedicarsi con maggior impegno: “Il risultato fu illuminante. La scimmia presto imparò ad associare il disegno con il ricevimento della ricompensa, ma appena si fu stabilita questa condizione, egli trovò sempre meno interesse nelle linee che stava disegnando. Qualunque scarabocchio facesse, tendeva immediatamente la mano per la ricompensa. L’accurata attenzione che egli aveva prima dedicato al disegno, ritmo, equilibrio, composizione, era andata perduta ed era nato il peggior genere di arte commerciale.”
Molto facile fare delle analogie con gli artisti umani coccolati dal mercato, che rischiano di trascinare la loro arte con sciatteria, con il solo obiettivo della ricompensa monetaria. Fa anche venire alla mente una frase detta da Picasso negli ultimi anni di vita: “Se sputo, il mio sputo verrà messo in cornice e venduto come un’opera d’arte.”

Anche la sperimentazione aveva un ruolo importante. In un caso, Congo ottenne un effetto acquarellato orinando sulla pittura, in seguito usò l’acqua per ottenere lo stesso effetto. Inoltre provava vari oggetti al posto dei pennelli, e quelli che davano gli effetti più originali diventavano i suoi preferiti. Man mano che progrediva, arrivò persino a utilizzare sul pennello una presa simile a quella umana, cosa che fecero anche altri scimpanzé.
Morris notò che gli impulsi creativi di Congo si affievolivano man mano che, crescendo, altri impulsi più fisici e sociali ne prendevano il posto.
Inoltre, come scrive Morris: “Tutto ciò funziona solo se gli animali vengono accuditi in un modo o nell’altro, e, in libertà, ciò significa che solo le giovani scimmie possono tendere a comportarsi in questo modo. Esse possono graffire segni sulla terra o sugli alberi ma, con l’avvento dell’età adulta, queste cose vengono messe da parte e dimenticate di fronte ai più immediati problemi della sopravvivenza.”

Alla base di tutto Morris pone la caccia, e mette l’arte astratta dei primati in relazione con quella umana. Secondo lui, arrivati agli anni Sessanta: “La pittura ha compiuto l’intero ciclo ed è tornata quasi dove aveva avuto inizio, prima che l’uomo-scimmia divenisse uomo-cacciatore. Ora, finalmente, la scimmia e l’uomo moderno hanno quasi lo stesso interesse per la produzione di dipinti e si può perfino affermare che il moderno artista uomo non ha molti motivi in più per dipingere un quadro, di quanti ne abbia lo scimpanzé. […] La conseguenza di questo è che i pittori umani contemporanei e le scimmie pittrici arrivano a risultati sorprendentemente simili. […] Il motivo per cui le scimmie non hanno portato più avanti il loro potenziale talento estetico e non lo hanno messo a frutto è chiaramente quello che esse non avevano motivo per farlo, a parte il piacere estetico. Si vede ora che l’uomo è oggi in una posizione simile e purtuttavia egli persiste nelle sue attività pittoriche.”

Il libro è interessante e fornisce spunti di riflessione sull’arte, spinge però il lettore a forzare similitudini tra l’operato delle scimmie e quello degli umani. Lo stesso Morris, a mio avviso, commette più volte questa leggerezza, per esempio quando afferma che i dipinti delle scimmie siano “sorprendentemente simili” a quelli dei pittori umani contemporanei. Basta guardarli per rendersi conto che si tratta di una forzatura, come lo è dare per scontato che quella delle scimmie sia “arte”, e non si fermi invece qualche gradino prima, a una forma di gioco.
I dubbi che lascia questo pur valido libro sono in effetti tantissimi. Questo genere di indagine talvolta nasconde dei punti deboli; primo tra tutti il rapporto tra animali e sperimentatori, che è una nota molto dolente. Spesso si instaura un rapporto affettivo, oppure lo sperimentatore carica di aspettative il proprio studio, cose che possono portare a un inquinamento dei risultati – in modo consapevole o no -, proprio come accade a un genitore che vuole a tutti i costi vedere segni di genialità nei disegni del proprio bimbo.

Probabilmente “Biologia dell’arte” risente anche dell’atmosfera degli anni in cui è stato scritto, un periodo in cui si cominciava a sentire il bisogno di ridimensionare tutte le figure autoritarie e/o autorevoli, compresa quella dell’artista, quindi l’idea che anche altri animali facessero arte proprio come noi poteva farsi spazio con facilità, anzi sembrare quasi ovvia.
Ora che questo programma si è completato, e la figura dell’artista è annientata e ridotta a una macchietta, c’è ancora più spazio per queste convinzioni – grazie anche a un animalismo fanatico e più specista dei nemici che intende abbattere -, e penso che molti oggi leggerebbero questo libro con un occhio ancora più favorevole, magari trovandovi le prove di un complotto umano ai danni delle scimmie artiste, ingiustamente dimenticate dalla storia dell’arte.

Andros

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4 Responses to Biologia dell’arte – Desmond Morris

  1. the kill says:

    da dove arriva la citazione di Huxley? (anno e titolo testo).
    Grazie

    • Andros says:

      Fu Huxley a inaugurare la mostra del 1957 a Londra – qui citata -, e in seguito scrisse quella frase, che è riportata dallo stesso Morris. Purtroppo nella bibliografia non è elencato alcun testo di Huxley, suppongo Morris l’abbia tratta da un articolo o da un’intervista, comunque non ne fa cenno nella bibliografia, almeno non nell’edizione che ho io.

  2. the kill says:

    Gentilissimo!! Grazie 🙂

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