Arte raccontabile e arte esperienziale

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Arte raccontabile e arte esperienziale

 

Da Duchamp in poi l’arte è diventata raccontabile, non è stato più necessario vederla. Chiunque può raccontare il suo orinatoio e cosa rappresenta, e chiunque dal racconto se ne può fare un’idea precisa: la visione dell’opera non aggiunge alcunché al racconto. Anzi, trovarsi in un museo a osservare un orinatoio – o una tela tagliata, o una scatoletta di sterco – può far sentire un po’ stupidi, è come voler adattare un modello di fruizione studiato per l’arte precedente a un’arte che invece richiede un diverso metodo di fruizione e coinvolgimento: è in un certo senso un’arte orale. […]
Se non è più necessario vedere l’arte, vuol dire che non è neanche necessario farla, basta pensarla.

A questo si è aggiunta un’altra condizione, in apparente opposizione con la prima: l’arte è diventata sempre meno oggetto e sempre più esperienza da vivere, per l’artista ma ancora di più per il fruitore, che è chiamato a partecipare alla creazione.
Un tempo l’arte doveva essere vista nella sua forma originale, poi se ne sono potute godere le riproduzioni, in seguito poteva essere raccontata e non era più necessario guardarla, ora invece fruirla, vederla riprodotta o sentirla raccontare è poca roba: deve essere vissuta, esperita, creata sul momento con l’artista o persino al posto dell’artista.

Da un lato non importa più che l’artista faccia qualcosa da proporre al fruitore, dall’altro invece il fruitore deve fare qualcosa, essere coinvolto nella creazione.
Come dicevo sembra una contraddizione, ma non lo è affatto, entrambe le pretese concorrono all’affermazione definitiva dell’idea che l’artista, come figura a se stante, non esista. L’artista non fa e il fruitore non osserva, entrambi fanno, anzi, il secondo fa più del primo, anzi, del primo non c’è alcun bisogno: non c’è differenza tra i due perché l’artista non esiste, chiunque può esserlo e nessuno lo è in pianta stabile.

Questo però non comporta affatto la sparizione dell’artista come figura autoritaria ed elitaria – basta visitare un’asta o un museo d’arte contemporanea per rendersene conto -, ma solo la sparizione dell’artista come figura preparata e professionale in grado di far cose che abbiano un senso.
Inoltre, comporta molti effetti collaterali, per esempio, rende l’arte un’attività generica ed estemporanea come tante altre, come fare jogging, giocare a calcetto o andare a spasso nelle campagne; la fa diventare più elitaria che mai, perché solo i pochi che hanno la possibilità di prendere parte “all’evento” ne possono godere e anche perché chi ha potere decisionale può far diventare artista chiunque senza dover dimostrare alcunché; diffonde una nuova iconoclastia, perché uccide l’immagine, che non ha più alcun peso; e infine, per affidare l’opera alla memoria può contare solo sulla scrittura, che ancora una volta ha il sopravvento.

Nei libri d’arte di solito si osservano le immagini, e le parole a corredo possono essere utili o inutili, talvolta persino un fastidioso intruso.
Quando l’arte diventa un’esperienza succede l’inverso, le immagini – quando ci sono, sotto forma di testimonianza dell’esperienza vissuta – sono inutili, dicono poco, non lasciano trasparire che un’infinitesima briciola di quello che è accaduto durante l’azione e di quello che i partecipanti hanno provato. È necessario leggere le parole, indispensabili per capire la sostanza stessa dell’opera, che senza spiegazioni scritte resta misteriosa per la sua natura di azione, di esperienza.
Questo è forse uno dei motivi per cui larga parte della critica odierna ama l’arte vista come esperienza: perché è un’arte che ha un disperato bisogno di parole, non è in grado di reggersi sulle proprie gambe, e quindi offre un piedistallo al teorico, a colui che scrive e chiacchiera.
Questo avviene senza dubbio sulla punta dell’iceberg, che sempre più si volge all’esperienza, ma avviene anche alla base, con un’arte popolare che sempre più è praticata come uno sport, come un hobby o persino come una terapia psicologica – è il caso dell’arteterapia -, in ogni caso, come un’esperienza da fare. […]

Gli artisti popolari formano il gruppo più ampio e misconosciuto, il business da loro generato non sta nelle opere che producono – e che tentano, spesso invano, di vendere -, ma nella produzione e vendita dei materiali e delle attrezzature che servono per produrle. Un intero mondo di produttori di materiali e strumenti per le più svariate tecniche artistiche ora può rivolgersi non più a uno sparuto gruppo di professionisti ma a una vasta parte della popolazione che si dedica all’arte con poco o nessun profitto. Un indotto enorme, composto da industrie, commercianti, intermediari, distributori, editori, ecc.
Questo va anche a vantaggio dei professionisti, visto che se si produce per molti ci si può anche spingere in miglioramenti e sperimentazioni i cui costi nessuno affronterebbe per vendite risicate come quelle che il ristretto ambito del professionismo garantirebbe.

La massiccia presenza di artisti popolari è una delle più rilevanti novità del contemporaneo, in effetti, oggi ci sono più artisti che fruitori – così come ci sono più scrittori che lettori -, si è passati dall’arte fatta da pochi e fruita da molti all’arte fatta da molti e fruita da pochi – visto che tanti di quelli che si dedicano a fare arte si disinteressano di quella altrui, e quindi anche le opere degli artisti più famosi sono sconosciute ai più.
È un ulteriore segno dello spostamento dal prodotto all’esperienza. […]

Andros

Tratto dal libro “Storia dell’artista”, edizione ebook e cartacea 2014.

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