Arte raccontabile e arte esperienziale

Bullshitproof jacket

Giubotto antistronzata – Andros

Arte raccontabile e arte esperienziale

 

Da Duchamp in poi l’arte è diventata raccontabile, non è stato più necessario vederla. Chiunque può raccontare il suo orinatoio e cosa rappresenta, e chiunque dal racconto se ne può fare un’idea precisa: la visione dell’opera non aggiunge alcunché al racconto. Anzi, trovarsi in un museo a osservare un orinatoio – o una tela tagliata, o una scatoletta di sterco – può far sentire un po’ stupidi, è come voler adattare un modello di fruizione studiato per l’arte precedente a un’arte che invece richiede un diverso metodo di fruizione e coinvolgimento: è in un certo senso un’arte orale. […]
Se non è più necessario vedere l’arte, vuol dire che non è neanche necessario farla, basta pensarla.

A questo si è aggiunta un’altra condizione, in apparente opposizione con la prima: l’arte è diventata sempre meno oggetto e sempre più esperienza da vivere, per l’artista ma ancora di più per il fruitore, che è chiamato a partecipare alla creazione.
Un tempo l’arte doveva essere vista nella sua forma originale, poi se ne sono potute godere le riproduzioni, in seguito poteva essere raccontata e non era più necessario guardarla, ora invece fruirla, vederla riprodotta o sentirla raccontare è poca roba: deve essere vissuta, esperita, creata sul momento con l’artista o persino al posto dell’artista.

Da un lato non importa più che l’artista faccia qualcosa da proporre al fruitore, dall’altro invece il fruitore deve fare qualcosa, essere coinvolto nella creazione.
Come dicevo sembra una contraddizione, ma non lo è affatto, entrambe le pretese concorrono all’affermazione definitiva dell’idea che l’artista, come figura a se stante, non esista. L’artista non fa e il fruitore non osserva, entrambi fanno, anzi, il secondo fa più del primo, anzi, del primo non c’è alcun bisogno: non c’è differenza tra i due perché l’artista non esiste, chiunque può esserlo e nessuno lo è in pianta stabile.

Questo però non comporta affatto la sparizione dell’artista come figura autoritaria ed elitaria – basta visitare un’asta o un museo d’arte contemporanea per rendersene conto -, ma solo la sparizione dell’artista come figura preparata e professionale in grado di far cose che abbiano un senso.
Inoltre, comporta molti effetti collaterali, per esempio, rende l’arte un’attività generica ed estemporanea come tante altre, come fare jogging, giocare a calcetto o andare a spasso nelle campagne; la fa diventare più elitaria che mai, perché solo i pochi che hanno la possibilità di prendere parte “all’evento” ne possono godere e anche perché chi ha potere decisionale può far diventare artista chiunque senza dover dimostrare alcunché; diffonde una nuova iconoclastia, perché uccide l’immagine, che non ha più alcun peso; e infine, per affidare l’opera alla memoria può contare solo sulla scrittura, che ancora una volta ha il sopravvento.

Nei libri d’arte di solito si osservano le immagini, e le parole a corredo possono essere utili o inutili, talvolta persino un fastidioso intruso.
Quando l’arte diventa un’esperienza succede l’inverso, le immagini – quando ci sono, sotto forma di testimonianza dell’esperienza vissuta – sono inutili, dicono poco, non lasciano trasparire che un’infinitesima briciola di quello che è accaduto durante l’azione e di quello che i partecipanti hanno provato. È necessario leggere le parole, indispensabili per capire la sostanza stessa dell’opera, che senza spiegazioni scritte resta misteriosa per la sua natura di azione, di esperienza.
Questo è forse uno dei motivi per cui larga parte della critica odierna ama l’arte vista come esperienza: perché è un’arte che ha un disperato bisogno di parole, non è in grado di reggersi sulle proprie gambe, e quindi offre un piedistallo al teorico, a colui che scrive e chiacchiera.
Questo avviene senza dubbio sulla punta dell’iceberg, che sempre più si volge all’esperienza, ma avviene anche alla base, con un’arte popolare che sempre più è praticata come uno sport, come un hobby o persino come una terapia psicologica – è il caso dell’arteterapia -, in ogni caso, come un’esperienza da fare. […]

Gli artisti popolari formano il gruppo più ampio e misconosciuto, il business da loro generato non sta nelle opere che producono – e che tentano, spesso invano, di vendere -, ma nella produzione e vendita dei materiali e delle attrezzature che servono per produrle. Un intero mondo di produttori di materiali e strumenti per le più svariate tecniche artistiche ora può rivolgersi non più a uno sparuto gruppo di professionisti ma a una vasta parte della popolazione che si dedica all’arte con poco o nessun profitto. Un indotto enorme, composto da industrie, commercianti, intermediari, distributori, editori, ecc.
Questo va anche a vantaggio dei professionisti, visto che se si produce per molti ci si può anche spingere in miglioramenti e sperimentazioni i cui costi nessuno affronterebbe per vendite risicate come quelle che il ristretto ambito del professionismo garantirebbe.

La massiccia presenza di artisti popolari è una delle più rilevanti novità del contemporaneo, in effetti, oggi ci sono più artisti che fruitori – così come ci sono più scrittori che lettori -, si è passati dall’arte fatta da pochi e fruita da molti all’arte fatta da molti e fruita da pochi – visto che tanti di quelli che si dedicano a fare arte si disinteressano di quella altrui, e quindi anche le opere degli artisti più famosi sono sconosciute ai più.
È un ulteriore segno dello spostamento dal prodotto all’esperienza. […]

Andros

Tratto dal libro “Storia dell’artista”, edizione ebook e cartacea 2014.

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12 Responses to Arte raccontabile e arte esperienziale

  1. helios2012 says:

    Botta e risposta 🙂

    – Se non è più necessario vedere l’arte, vuol dire che non è neanche necessario farla, basta pensarla.-

    Ti sembrerà strano, ma è una cosa realmente accaduta a me . Anni fa mi arrivò un e mail da uno scrittore straniero che mi spiegava l’opera di un artista…ed io come una scema gli chiesi : dove posso vedere questa opera ? E lui di rimando : in nessun luogo, l’artista l’ha raccontata a me affinché rimanesse vergine dentro la sua testa…:)so

    – anche perché chi ha potere decisionale può far diventare artista chiunque senza dover dimostrare alcunché; diffonde una nuova iconoclastia, perché uccide l’immagine, che non ha più alcun peso; e infine, per affidare l’opera alla memoria può contare solo sulla scrittura, che ancora una volta ha il sopravvento.

    Diciamoci la verità : anche alcuni artisti o pseudo artisti si servono e abusano della parola in maniera davvero determinante e alquanto irritante per convincere i fruitori, uccidendo loro stessi l’immagine che hanno creato. E nell’era dell’informatica e della sua manipolata informazione, compresi fruitori e operatori, si è sempre in bilico tra verità e menzogna!

    Forse bisognerebbe ritornare al silenzio dell’immagine, ovvero fine a se stessa, senza alcun tipo di parola accompagnatrice. D’altra parte anche il fruitore diventa lui stesso operatore secondo il proprio bagaglio negativo e positivo, con carenze ed eccedenze, secondo come gli fa più comodo o come gli necessità.

    – visto che tanti di quelli che si dedicano a fare arte si disinteressano di quella altrui, e quindi anche le opere degli artisti più famosi sono sconosciute ai più. –

    ma anche i fini di quelli che sembrano interessarsi alle opere altrui sono di altra natura (senza fare di ogni erba un fascio) più di interesse personale che relativo all’opera che stanno osservando.

    • Andros says:

      Duchamp scriveva le idee per le opere su foglietti, che diventavano già opere. 🙂 Gli artisti cui ti riferisci spesso sono curatori o critici, che approfittano dell’eredità di Duchamp per spacciarsi per artisti, e ce ne sono fin troppi. Tanti curatori poi usano gli artisti come fossero colori da disporre su una tela, magari per dimostrare qualche strana tesi che li ossessiona. L’immagine fine a se stessa per me non è una soluzione, soprattutto perché le immagini sono inflazionate, ma anche perché così si produrrebbero solo oggetti carini, complementi d’arredo, che sono la negazione dell’arte. Per me tecnica e concetto sono due facce della stessa moneta: se una delle due manca, la moneta è falsa.

  2. helios2012 says:

    Sicuramente le immagini sono inflazionate, ma io mi riferivo proprio alla persuasione delle parole per propri fini specifici che di solito poco hanno a che fare con le immagini (parole di imbonimento diciamo…) Si producono già oggetti carini o senza senso facendoli passare per opere concettuali. E qui mi ricollego a quello già scritto (verità e menzogna)

    Ovvio che tecnica e concetto debbano andare di pari passo….anche se vorrei sfidare qualcuno a dimostrarmi il contrario se in un’opera magari gradevole in senso estetico .- onirico – al di fuori della realtà non possa essere accompagnato dal concetto di uno che avendo vissuto una vita grama e magari di guerre vissute sulla propria pelle non possa tentare un’altra strada di comunicazione, magari di recupero di una realtà mai vissuta, o proprio di messaggio per se stesso e per gli altri.

    Insomma io credo che non sia facile districarsi. 🙂

    Quando osservo un’opera di Caravaggio, Schiele, Munch ecc. mi arriva quasi un cazzotto allo stomaco e non c’è spiegazione di concetto che tenga. Il concetto è già lì, senza bisogno di altre parole. Ho qualche remora invece su opere di artisti contemporanei che anche tu conosci che fanno del concetto una forma di lucro a scapito di chi il concetto e la tecnica la usano in maniera sincera (nel senso non modaiola o di profitto solo personale e con onestà intellettuale)

    Insomma, ripeto, non credo sia facile districarsi.

    Insisto nel dialogo proprio perché ti conosco come persona intelligente 🙂

    • Andros says:

      Sì, in linea di massima concordo. Aggiungerei che per Caravaggio e gli altri le cose erano diverse, i tempi erano diversi, l’arte era diversa. Oggi probabilmente l’arte non è quella che ci si aspetterebbe, non è quella nelle gallerie, nei musei e nelle biennali, e quando ci finisce lo fa per puro caso. Penso proprio che l’arte oggi sia altrove, e che dove non sia parte integrante della vita delle persone abbia per forza di cose bisogno di parole e spiegazioni a corredo, perché l’immagine da sola non basta più, sia per l’inflazione di cui sopra sia perché non è mai stata fatta un’opera di alfabetizzazione visiva, per cui la “gente” di norma non è in grado di leggere le immagini.

      • Delia Bonazzoli says:

        Credo anch’io che ci siano più artisti che fruitori.
        Come fruitore in casa mia ho tre dipinti e un busto in marmo..
        dei miei dipinti in casa ne ho esposto una decina ..altri tutti nello studio.
        Le mostre fatte in questa zona tipicamente provinciale le giudico assai inutili perché visitate solo da amici e parenti con qualche visitatore occasionale.
        Più utile sarebbe farle in città
        Credo anch’io che l’artista e ciò che produce non abbiano bisogno di parole o qualcuno che spieghi..ognuno interpreta a suo modo
        e ciò basta.
        (Magari sbaglio!)

        • Andros says:

          Esporre può servire per se stessi, se la cosa fa piacere, altrimenti serve a poco, anche quello delle mostre e delle gallerie è un sistema ormai superato. Proprio perché ognuno interpreta a modo suo, di solito fraintendendo del tutto, credo siano necessarie le parole. Vale anche per l’arte del passato, la gente guarda una scultura di Michelangelo e pretende di capire quello che vede senza sapere nulla della sua vita e del suo tempo, è un’assurdità. L’immagine non contestualizzata è nulla.

          • helios2012 says:

            Mi piace molto questo scambio di opinioni. 🙂

            Ed è la prima volta da quando leggo quello che scrivi che non mi trovi completamente d’accordo.

            Condivido che le mostre e gallerie siano superate, ma proprio per il contesto ‘artistico viziato da interferenze che poco hanno a che fare con l’arte.

            Dicono che i movimenti al giorno d’oggi non esistono più, ma se vogliamo anche queste scelte libere di pensiero e di cambiare rotta, è, per il mio punto di vista, un tentativo di movimento anche se formato da pochi.

            L’arte è anche comunicazione e così diventa, purtroppo, ancora più difficile comunicare.

            E’ vero che ognuno interpreta a modo suo e che le parole dovrebbero servire per comprendere meglio, ammesso e non concesso che tutto quello che ci viene tramandato da storici ecc. sia pura verità e non verità viziata dal contesto storico, sociale e morale dell’epoca in cui è partita l’informazione, che nel corso dei secoli, fortunatamente, ha sollevato anche qualche dubbio…

            Se non si educa per prima cosa la gente all’osservazione, allo sviluppo dei propri sensi, alla sensibilità , rimane il fatto che dopo le parole di spiegazione e che possono venire memorizzate ed anche esibite, il fruitore superficiale rimarrà più catturato dalle parole che dall’immagine stessa. Della serie – se l’ha detto Tizio , Caio o Sempronio che sono opere eccelse così dev’essere….e francamente alcuni sembrano più interessati al gossip , anche se datato, alle trasgressioni dell’artista stesso che ci vengono tramandate (non so poi quanto vere) che a tutto il resto.

            E credo che questo non sia sufficiente per comunicare realmente con un’opera d’arte.

          • Andros says:

            Lo so, il rischio è quello, ma temo sia impossibile evitarlo, l’arte è un’attività rischiosa. 😉 Gallerie, mostre, biennali e tutte le manifestazioni ufficiali dell’arte sono superate per tanti motivi, il principale è che il mondo è cambiato, e quindi anche l’arte. E cambierà in maniera ancora più drastica nei prossimi anni. C’è molta più arte in un murale, in un tatuaggio, in una sex doll o in un’operazione di chirurgia estetica che in un museo. Ci ho messo un po’ a sviscerare questo concetto, ma ora mi sembra lampante. Quello che fino a pochi decenni fa era considerato arte non ha più alcun senso, alcun peso nella vita delle persone, se non come azione di Borsa o come esperienza per chi la fa, compresi gli “artisti popolari”, come ho già scritto. Sto cercando altre strade, perché quello che faccio ora e che ho fatto per decenni è davvero arte morta, in tutti i sensi. Non a caso l’ho definita così. 🙂

  3. helios2012 says:

    C’è molta più arte in un murale, in un tatuaggio, in una sex doll o in un’operazione di chirurgia estetica che in un museo.

    Condivido…..meno che sulla chirurgia estetica…Tanto gusto dell’orrido in giro come in questo campo è difficile trovare. Se poi mi dici che far fruttare i quattrini con la stupidaggine e vanità malata della gente è un arte, posso darti anche ragione 😉

    D’altra parte anche chi si ostina a voler mettersi in competizione con la natura nel rappresentarla senza cercare di interpretarla o comunicare qualcosa, compie un atto di vanità estremo e secondo me questa è la vera arte morta.

    Sbaglierò ma forse la tua la consideri arte morta perché hai creduto in qualcosa a cui oggi nessuno importa più…ma questa è un’altra storia.

    E la storia nel corso dei secoli, sempre non ci autodistruggiamo prima, si può sempre riscrivere nella maniera più giusta ( anche se sinceramente ci credo poco )

    —- Sto cercando altre strade, perché quello che faccio ora e che ho fatto per decenni è davvero arte morta, in tutti i sensi —

    Non penserai di diventare chirurgo plastico ? 🙂

    • Andros says:

      🙂 Mi sento più portato per le sex doll, che tra l’altro possono avere un grande impatto a livello individuale e sociale. Anch’io ci credo poco, su alcuni aspetti è impossibile tornare indietro, e probabilmente sarebbe anche sbagliato. Errore mio puntare sul cavallo perdente, ma a certe cose si arriva col tempo e con l’esperienza, non avrei mai potuto immaginarle e capirle 20 o 30 anni fa, anche perché molti raccontano frottole, siamo immersi nelle frottole. Farsi strada tra le cazzate che ci raccontano e ci insegnano è il lavoro più duro. 🙂

  4. metti un po di ottimismo !
    poi vedrai che anche l ‘arte risorgerà

    • Andros says:

      Te lo ripeto: non è il mio mestiere, né mio dovere, mettere ottimismo, a quello pensano i politici e altri ciarlatani. Se leggi con attenzione ti rendi conto da sola che l’ottimismo non c’entra un piffero. Evidentemente, come tanti, vuoi essere presa in giro, illusa e confortata da due paroline ottimistiche, è una tua legittima scelta, ma sul mio sito non le troverai mai.

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