Arte e tecnica: una relazione complicata – 2 di 2

Arte e tecnica: una relazione complicata – 2 di 2

Continua dalla prima parte

Anche i contenitori dei colori possono avere una certa importanza per gli artisti. In principio erano venduti in pacchetti composti da vescica di maiale, ma nel 1842 il pittore americano John Rand inventò i tubetti di stagno, che ebbero subito un’enorme diffusione e un grande impatto sugli artisti, soprattutto su quelli che dipingevano “en plein air” e dovevano portare con loro colori e attrezzatura. A questo proposito Renoir disse: «Senza i tubetti di colore non ci sarebbero stati Cézanne, Monet, Sisley o Pissarro, niente di ciò che i giornalisti avrebbero chiamato Impressionismo.» […]

All’alba del Novecento i produttori di coloranti divennero delle vere potenze economiche, in particolar modo in Germania, con la Interessengameinschaft Farbernindustrie AG, o I.G. Farben – “farben” significa proprio “colori.” Si trattava di un’associazione di compagnie tedesche che, per non farsi concorrenza, avevano deciso di unirsi nel 1904, ma solo nel 1925 prese la sua forma definitiva a Francoforte, con l’unione tra Hoechst, Bayer, B.A.S.F., AGFA, Griesheim-Elektron, Weiler-ter Meer, alle quali poi si unirono altre aziende tedesche ed estere.
Questa diventò in breve un colosso mondiale della chimica, una potenza economica finanziariamente collegata a Wall Street, durante il regime nazista monopolizzò la produzione chimica, facendo un massiccio uso di schiavi e producendo il Zyklon B, il famigerato gas dello sterminio.
Oltre che per i colori e per i gas tossici, si distinse anche nel campo delle materie plastiche, che proprio a inizio secolo si apprestavano a invadere il mondo, fu tra le prime a produrre il polistirolo, a partire dal 1930, e inventò il plastisol nel 1938 – una sospensione di PVC usata per pellicole, scarpe, giocattoli, palloni e per le impugnature di alcuni attrezzi come pinze e forbici. Inventò anche la resina epossidica, nel 1939, mentre il poliuretano era stato scoperto nel 1937, più per caso che per volere, per la Bayer. Anche questi materiali furono importanti per gli artisti, che già tra gli anni Venti e Trenta iniziarono a far uso delle plastiche, in alcuni casi anticipando l’industria. […]

Le resine sintetiche finiscono quindi anche nell’arte, sia nelle opere degli scultori sia nei colori usati dai pittori. Si diffondono colori a base di pirossilina, polivinilacetato, resina alchidica, resina acrilica, resina poliuretanica, resina epossidica, silicato di etile e altri ancora. La prima resina alchidica nasce nel 1927, e nel 1931 viene messa in commercio la prima vernice, denominata “pittura alla resina sintetica”, ed è anche così che è chiamata ancora oggi. Gli alchidici nascono prima dei ben più noti colori acrilici, ma la prima linea di colori alchidici in tubetto, studiati per gli artisti, viene prodotta solo nel 1976, dalla Winsor & Newton. Negli anni Trenta nascono anche i colori fluorescenti – per essere utilizzati nella segnaletica stradale e nella pubblicità -, e si diffondono in America negli anni Cinquanta; li usano Warhol, Frank Stella, Peter Halley, Lucio Fontana e Carla Accardi.

Nei Quaranta prendono piede anche i colori vinilici, a base di polivinilacetato, che per la loro limitata gamma in principio trovano più spazio nella pittura d’interni che nell’arte.
I primi colori acrilici per artisti sono Magna, inventato negli anni Quaranta da Bocour&Golden e commercializzato solo nel 1953, e Liquitex (che sta per “liquid texture”), prodotta dall’americana Permanent Pigment nel 1955. Nel 1963, i colori Liquitex furono perfezionati e resi più pastosi e simili agli oli; in Europa gli acrilici si diffusero negli anni Sessanta.
Dalla dozzina di colori stabili dell’antichità, si è arrivati oggi ad avere a disposizione oltre quattromila coloranti sintetici, mentre i computer offrono addirittura milioni di colori; l’ironia è che pare i nostri occhi ne possano distinguere al massimo duecento.

Anche le tele hanno subito delle modifiche che hanno avuto riflessi sul lavoro degli artisti. Intorno al 1440 tra i veneziani si diffuse l’uso delle tele come principale supporto, favorito da una fiorente produzione di tessuti per le vele, ma anche dall’umidità dei muri della città, che non consentiva la realizzazione di affreschi durevoli. Si preferiva quindi dipingere su tele che poi erano fissate al muro. In seguito l’uso della tela si diffuse nel resto d’Italia, anche se in realtà era una prassi già nota in passato, Plinio nel suo Naturalis Historia afferma che l’uso della tela era già praticato dagli egizi e nell’antica Roma, inoltre, nel Quattrocento anche i fiamminghi ne facevano uso.
Nel Seicento la tela prese ancora più piede, grazie al successo dei quadri da cavalletto, al tempo stesso divenne disponibile in grandi formati, anche 4×6 metri. Nell’Ottocento la tessitura venne meccanizzata e le tele diventarono industriali, anche i telai cambiarono e invece di essere fissi, come nel ‘600 e nel ‘700, diventarono mobili grazie alle chiavi di legno inserite ai quattro angoli, per consentire di variare la tensione della tela. Sul finire del secolo, le chiavi diventarono due per ogni angolo; da questo modello discendono le attuali tele.
Nell’Ottocento cambiò anche il materiale, se prima si usavano per lo più fibre di lino o canapa, con la meccanizzazione si iniziò a usare il cotone, soprattutto per i prodotti economici. Erano però di scarsa qualità e si degradavano in tempi brevi. Da allora in poi, i dipinti soffrirono di più il passare del tempo, e si deteriorarono in tempi più brevi rispetto a quelli antichi.

Anche per la verniciatura finale – pratica che nel corso della Storia è stata apprezzata e condannata con uguale veemenza – le innovazioni si sono succedute, con l’utilizzo di resine naturali, come la elemi, la trementina veneta, la sandracca e altre ancora. Talvolta i risultati erano disastrosi, come nel caso del Megilp, una miscela andata in disuso perché causava in breve tempo forti ingiallimenti e crettature. Il Megilp era un legante composto da olio siccativo, mastice e bitume, nato nel Seicento come “balsamo di Bombelli”, dal nome del pittore Sebastiano Bombelli; da allora molti artisti avevano messo a rischio le opere usando questo legante, compreso Sir Joshua Reynolds, che ne fu un promotore entusiasta. Per lungo tempo si è utilizzata una miscela a base di chiara d’uovo, che però ingrigiva e cristallizzava in breve tempo, nel Settecento venne sostituita dal pittore Philip Hackert con una soluzione di mastice e acquaragia. Nel 1826 questa venne a sua volta soppiantata dalla dammar, una resina prodotta da piante tropicali delle Indie Orientali, e divenuta nota come vernice Damar – dammar in malese significa proprio vernice. Nonostante il successo della Damar, sia il mastice sia la chiara d’uovo rimasero in uso; la Damar è utilizzata anche oggi, affiancata da vernici a base di resine sintetiche, e per alcuni pittori è ancora la vernice più affidabile.

Andros

Tratto dal libro “Storia dell’artista”, edizione ebook e cartacea 2014.

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