Abbasso l’artista contemporaneo

AndrosAbbasso l’artista contemporaneo

Nell’antica Roma si distinguono varie voci di dissenso nei confronti degli artisti contemporanei, che parlano di corruzione e di declino dell’arte, fra tutte spicca quella di Plinio, che aveva mitizzato gli artisti greci. Proprio mentre alcuni dei più raffinati dipinti venivano realizzati a Pompei e a Ercolano, Plinio affermava che ormai la pittura fosse una “artis morientis.”
Inoltre scriveva: «Ora che persino la porpora riveste le nostre pareti non si eseguono più opere famose. Dobbiamo credere che, quando l’attrezzatura del pittore era più scarsa, i risultati fossero migliori da ogni punto di vista.» E ancora: «È straordinario che mentre sono aumentati a dismisura i prezzi che si pagano per le opere d’arte, l’arte stessa abbia perso ogni diritto al nostro rispetto. La verità è che gli artisti, come ognuno di questi tempi, mirano soltanto al guadagno: e non alla fama come nei tempi andati, quando i più nobili di loro consideravano l’arte come una via per giungere alla gloria.»

Anche Seneca si lamentava della degenerazione dell’arte del proprio tempo, mentre Tacito era in controtendenza, e si lamentava dei lamentosi che se la prendevano con i contemporanei.
Petronio, nel suo Satyricon del I secolo, si lamenta della decadenza dell’arte e dell’attaccamento al denaro mostrato da tutti, artisti compresi, e scrive: «Le arti sono morte e la pittura in particolare non ha lasciato di sé la pur minima traccia. […] Non stupirti, dunque, se la pittura è finita, quando per tutti, uomini e dèi, c’è più bellezza in un mucchio d’oro che nella produzione complessiva di un Apelle e di un Fidia. […] È l’avidità del guadagno che ha fatto uscire le arti di moda.»

Sono tutti figli di Platone, il primo grande apocalittico, il primo a mitizzare il passato e a scagliarsi contro la decadenza dei contemporanei; dopo i figli sono venuti i nipoti e i pronipoti, e ancora oggi siamo funestati da questa genìa di noiosi tromboni.
Per Platone gli Egizi erano l’apice, mentre i suoi contemporanei si degradavano con la mimesis, secondo Plinio invece in vetta c’erano proprio i greci che Platone detestava, mentre considerava gli artisti del proprio tempo degli incapaci attenti al soldo. Andando avanti di trombone in trombone si arriverebbe a stamattina. C’è sempre un passato da mitizzare e un presente da sottovalutare, e questo dovrebbe far riflettere. […]

La mercificazione e la diffusione delle opere d’arte, iniziata dai greci, con i romani continua. Alcuni collezionisti quando viaggiavano portavano con loro opere d’arte, quadri o piccole sculture; come l’imperatore Tiberio, che amava portare con sé opere di Zeusi o di Apelle.
La posizione dell’artista rimase comunque quella di un manovale qualsiasi, questo anche perché nelle società classiche oziare era un’attività virtuosa. Per Aristotele la felicità poteva essere raggiunta solo da chi non fosse costretto a lavorare, e anche per i filosofi romani il lavoro retribuito non era degno di un uomo libero, il lavoro artigianale era sporco come lo erano il commercio e gli affari. L’ideale era avere una terra produttiva e farla lavorare da una schiera di servi e schiavi. Nella Roma imperiale circa il 20% della popolazione maschile adulta non aveva bisogno di lavorare. Alcuni membri della classe dirigente decidevano di impegnarsi in attività militari o amministrative sia per aiutare la comunità sia per accrescere il proprio potere, ma dopo secoli di benessere, finirono col sottrarsi anche a questi impegni, ormai assuefatti ai lussi e ai divertimenti. […]

Andros

Tratto dal libro “Storia dell’artista”, edizione ebook e cartacea 2014.

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