100 anni di plastica

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Brano tratto dal libro “Arte di plastica”, 2009

Materiali simili alla plastica pare siano esistiti anche in un passato lontano: sembra che l’onnipresente Leonardo da Vinci avesse messo a punto un prodotto artificiale di tale natura. Nel Codice Arundel è descritta una composizione a base di colori, colle, vegetali e addirittura trippa di vitello, con la quale si otterrebbe un materiale simile alle nostre plastiche. Senza contare che, più o meno nello stesso periodo, i Maya si sollazzassero giocando con delle palle fatte di gomma, vero e proprio polimero; anche se la scoperta della vulcanizzazione della gomma è ufficialmente datata 1839 e attribuita a Charles Goodyear. Quasi quarant’anni dopo la sua morte, nel 1898, nacque un’industria di pneumatici che prese il suo nome.
Ma i primi passi storicamente accertati nel mondo della plastica si cominciarono a muovere solo nel 1811, con esperimenti su materiali derivati dalla cellulosa; pioniere degli albori dei polimeri, quando il termine non era nemmeno stato inventato, fu il francese Henri Braconnot. Mentre nel 1832 il chimico svizzero Christian Friedrich Schönbein, facendo reagire la cellulosa con l’acido nitrico, scoprì la nitrocellulosa, che, oltre a essere un ottimo esplosivo, è stata la base per lacche sintetiche, dure, lucide e a rapida essiccazione, divenute presto note come smalti, e molto usate nella verniciatura delle automobili.
Nel 1838, ancora un francese, Henri-Victor Regnault, abile chimico e fisico, fece polimerizzare il cloruro di vinile esponendolo per caso alla luce del sole.
Era appena nato il cloruro di polivinile, o polivinilcloruro, per gli amici semplicemente PVC, una materia plastica molto usata ancora oggi.
La palma del primo arrivato andrebbe a Regnault, ma in realtà il PVC dovette essere riscoperto più volte, e solo molti anni dopo si riuscì a renderlo utilizzabile. La stessa sorte è toccata al polistirolo, scoperto casualmente per la prima volta nel 1839 ma compreso e commercializzato solo nel secolo successivo.
Secondo molti, la medaglia d’oro andrebbe invece all’inglese Alexander Parkes, un brillante inventore senza alcuna formazione in chimica e fisica, cosa comune in quegli anni.
Nel 1862, Parkes combinò la piroxilina, ottenuta dalla nitrazione della cellulosa, con alcol e canfora, dando vita a un materiale che chiamò parkesine, che era trasparente, duro ma flessibile; altro non era che il predecessore della celluloide, che per molti merita appunto l’appellativo di prima materia plastica. In effetti, si tratta della prima resina artificiale mai prodotta.
La parkesine fu commercializzata con successo da altri prima con il nome di xylonite e infine come celluloide, migliorata dal giovane tipografo americano John Wesley Hyatt.
Dalla cellulosa si ottenne anche il cellophane, nato nel 1908 per mano dello svizzero Jacques Edwin Brandenberger; usato in mille modi, dagli involucri per caramelle ai fiori finti, oggi è andato quasi in disuso, anche a causa delle sostanze inquinanti che derivano dalla sua produzione; in compenso però il cellophane è biodegradabile al 100%.
Sul finire dell’ottocento si scatenò un susseguirsi di invenzioni e scoperte nel campo delle materie plastiche che arriva sino a noi.
In Germania, per esempio, nel 1897, si produsse una resina derivata addirittura dal latte: la galalite (a volte chiamata galatite), oggi utilizzata principalmente nei bottoni e nelle palle da biliardo. Ma c’è anche la lactite, o lattite, simile alla galalite ma più dura e opaca, usata per fare imitazioni di avorio, osso o corallo.
Seguirono le resine fenoliche, composte di fenolo e formaldeide, scoperte nel 1905 dal belga Leo Hendrik Baekeland; due anni dopo, unendo alla resina di Baeckeland della farina fossile, nacque la celeberrima bachelite, che venne commercializzata dalla Bakelite Corporation, la prima industria di resine sintetiche.
Tanto per rimanere nell’ambito delle attribuzioni di primati, nel 1993, la bachelite è stata riconosciuta come la prima plastica completamente sintetica, dal ACS National Historic Chemical Landmarks Program, un programma che ha lo scopo di accreditare ed elencare i punti salienti della storia della chimica.
Insomma, il primo è stato Parkes o Baekeland? Può sembrare contraddittorio assegnare due primati, ma non è così: c’è differenza tra una resina artificiale, come la parkesine di Parkes, e una resina sintetica, come la bachelite di Baekeland, e la vedremo nel dettaglio più avanti.
La corsa ai polimeri continua con la grande conquista italiana del polipropilene isotattico, nel 1954, e arriva ai giorni nostri con il Mater-Bi, la prima plastica biodegradabile che non inquina, scoperta nel 2006 da un’azienda chimica novarese, con il poliuretano modificato nato nel 2007, in grado di dissolversi in acqua marina in 20 giorni lasciando solo scarti atossici e con il polimero a base di olio di ricino, che la Fujitsu sta attualmente sviluppando e conta di utilizzare per piccole parti di notebook e cellulari. Fino ad arrivare ai polimeri elettroattivi, o elettropolimeri, attualmente allo studio: si tratta di polimeri che possono espandersi o contrarsi, in lunghezza o in larghezza, se percorsi da elettricità. Saranno preziosi nelle applicazioni robotiche, come succedanei dei muscoli umani, a sostituzione di pesanti servomeccanismi. Chissà, magari gli androidi del futuro si muoveranno grazie a questo tipo di plastica, e forse anche chi avrà perso l’uso degli arti.
Poco meno di 150 anni sono trascorsi dalla prima plastica artificiale, poco più di 100 dalla prima plastica sintetica; sono bastati perché la plastica invadesse la nostra società e non solo entrasse a farne parte, ma anche a fare arte.

Andros

Brano tratto dal libro “Arte di plastica”, 2009

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