Dall’arte plastica all’arte di plastica

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Andros
Arte di plastica
Ikon 2009

Dall’arte plastica all’arte di plastica

Brano tratto dal libro “Arte di plastica”, 2009

Arte di plastica: così è spesso definita l’arte contemporanea, messa in contrapposizione alla sola Vera Arte, ovviamente quella del passato, quella che da tempo molti danno per morta.
Fatta di tele finemente dipinte, marmi degnamente scolpiti, bronzi e altri materiali ben più nobili della fredda e povera plastica, che nel sentire comune, ma anche nelle parole di alcuni esperti, ben rappresenta la povertà dell’arte contemporanea.
Eppure, dalle avanguardie in poi, gli artisti ci hanno insegnato che tutto può essere materia d’arte; i collage cubisti di Picasso e Braque i ready-made di Marcel Duchamp i MerzBau di Kurt Schwitters, i manifesti di Mimmo Rotella, il supposto sterco di Piero Manzoni e il sicuro sterco di Chris Ofili, le bistecche di Jana Sterbak, il chewingum di Maurizio Savini, il sapone di Francesco Grillo…
L’arte non butta nulla, neanche l’immondizia, come dimostrano l’americano Justin Gignac e i napoletani Alessandro Monticelli e Claudio Pagone.
In realtà, basta guardare un po’ oltre il proprio naso per scoprire che ancora oggi si fanno dipinti cosiddetti accademici e sculture di marmo in stile classico; l’essenza dell’arte contemporanea forse è proprio questa: la coesistenza di forme d’arte lontane anni luce tra loro.
Io stesso, in gioventù, ho approfondito la conoscenza del marmo, che ho amato e che continuo ad apprezzare; ma non si vive di solo marmo. Se in passato lo facevano, era anche perché non avevano le alternative che abbiamo oggi e, conoscendo la loro inarrestabile creatività, suppongo che scultori come Michelangelo o Bernini, se avessero avuto a disposizione le materie plastiche, le avrebbero quantomeno provate, e chissà, magari avrebbero fatto anche loro dell’arte di plastica.
Mantenendo peraltro inalterato il consenso di chi oggi disprezza i contemporanei che la fanno.
“Arte di plastica” è già in sé un’offesa, perché, al di là del materiale utilizzato, che potrebbe anche non essere plastica, con questa definizione si intende qualcosa di freddo, falso, non emozionante, ma anche povero, massificato e, in fondo, senza alcuna dignità.
La parola plastica è quasi una parolaccia; è un sostantivo diventato aggettivo, che non si limita a denominare, ma qualifica la materia, le assegna un valore, a quanto pare molto basso. […]
Insomma, “arte di plastica” è una delle critiche più dure che si possano fare a un’opera, che sia di resina o di bronzo.
Curiosamente, la scultura è per sua natura un’arte di plastica, nel senso che è arte plastica, cioè arte di plasmare, di dare forma; anche se in passato “arte plastica” e “scultura” erano ben separate, e l’unica arte scultorea era quella che toglie materia, a suon di rumorose scalpellate. In effetti, il lemma “scolpire” viene dal latino “sculpere” e indica l’atto di incidere segni, asportando materia; mentre plastico, da “plasticus”, riguarda il modellare, che si realizza sia togliendo sia aggiungendo materia. A un certo punto, però, i due termini, scultura e plastica, sono diventati quasi interscambiabili. Già nel suo “De statua” del 1464, Leon Battista Alberti definiva la scultura come l’arte di togliere, ma anche di aggiungere. Talvolta il termine plastica è stato usato come sinonimo di scultura, per esempio in Germania (die plastik), ma oggi succede piuttosto il contrario, si dà alla parola scultura anche il significato di plastica.
La scultura racchiude in sé tutte le espressioni artistiche basate su forme e volumi; può quindi essere definita come l’arte di rappresentare in tre dimensioni.[…]
Quanto ai materiali plastici, per i più sono sinonimo di abbrutimento non biodegradabile; una fonte di inquinamento e di impoverimento di quella intoccabile divinità che risponde al nome di “estetica”.
Chissà quante volte ci è capitato di toccare un oggetto, cercando di capire se fosse legno, pietra o metallo, per poi affermare sconsolati: è solo plastica.
Nel vocabolario del quotidiano, plastica significa scadente: è un vecchio luogo comune che affonda le radici nel dopoguerra.
Prima della seconda guerra mondiale, le quantità disponibili dei materiali naturali erano sufficienti, ma la domanda in continuo aumento, durante e dopo il conflitto, le rese insufficienti a soddisfare le nuove esigenze. Fu così necessario l’utilizzo di materie sintetiche, che esplosero sul mercato proprio a partire dal dopoguerra. Quelle prime produzioni non furono sempre all’altezza delle aspettative, anche perché spesso usate in modo errato.
Il noto designer Bruno Munari, a proposito degli impieghi sbagliati dei materiali, scrisse di un’assurda tazzina fatta di bachelite, che a contatto col caffè caldo emetteva odorosi vapori di fenolo.
Di tempo ne è passato, le conoscenze sono cresciute, e le plastiche prodotte oggi sono di gran lunga più affidabili e, in molti casi, sono in grado di sostituire materiali tradizionali senza costringere a rinunciare alla qualità.
Purtroppo, la parola plastica continua a essere sconveniente, anche perché legata a un’altra parola fastidiosa: chimica. Due parolacce che molti vorrebbero nascondere, facendo finta che non esistano o che siano di scarsa importanza.
Questo atteggiamento mi sembra ingiusto e ipocrita: ci piaccia ammetterlo o no, alla plastica dobbiamo molto. Quasi nulla di quello che è stato possibile fare nell’ultimo secolo si sarebbe potuto fare senza la presenza delle tante resine messe a punto dai chimici nel corso degli anni, e le esagerazioni che ci sono state non sono da imputare ai materiali, o a chi li ha scoperti, ma solo all’uso che abbiamo deciso di farne.
Penso che noi tutti dovremmo almeno un briciolo di gratitudine a questi materiali, e agli uomini che li hanno inventati permettendo al mondo di cambiare.

Andros

Brano tratto dal libro “Arte di plastica”, 2009

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